Trump tratta mentre perde, Teheran al contrattacco: caos persico

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Trump propone piani di pace mentre bombarda, spinta da mercati e sondaggi. Teheran risponde colpendo e radicalizzandosi. Un negoziato che nasce dalla debolezza, non dalla forza. La guerra sfugge di mano a tutti, trasformando la diplomazia in un atto disperato.

Trump e il negoziato impossibile

Nel Golfo Persico non c’è più una strategia: c’è un affanno. Dopo settimane di escalation, proclami e bombardamenti, la macchina politico-militare statunitense sembra entrata in quella fase tipica delle guerre mal concepite: cercare una via d’uscita mentre si continua a colpire. Una contraddizione che non è solo tattica, ma strutturale.

L’ultimo segnale arriva da Washington: un piano articolato in 15 punti, fatto filtrare sui media, trasmesso attraverso canali indiretti, per congelare il conflitto con l’Iran. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, si tratterebbe di una proposta in più punti, affidata alla mediazione pakistana. Il dettaglio più interessante non è tanto il contenuto – ancora opaco – quanto il tempismo. Si negozia mentre si bombarda. Si parla di de-escalation mentre si alimenta il fronte.

La ragione è meno nobile di quanto si racconti. Non è la pace a muovere Trump, ma il panico. I mercati oscillano, il prezzo dell’energia diventa imprevedibile, e i sondaggi interni segnalano un calo di consenso che nemmeno la retorica patriottica riesce più a coprire. Quando Wall Street tossisce, la geopolitica americana prende improvvisamente coscienza dei limiti morali della guerra.

Nel frattempo, gli alleati si muovono in ordine sparso. Israele continua a premere sull’acceleratore militare, mentre le monarchie del Golfo oscillano tra prudenza e ambiguità. E Teheran, che secondo molte previsioni avrebbe dovuto cedere, risponde invece rilanciando e osando sbarleffi mediatici attraverso i comunciati dei Pasdaran.

Il tempo degli altri: Teheran non gioca la stessa partita

L’errore più evidente della strategia statunitense è stato di natura psicologica prima ancora che militare: presumere che l’avversario reagisse secondo logiche occidentali. Non è così.

Quando un sistema politico viene colpito nei suoi vertici, quando la leadership viene decimata e il messaggio esplicito è la distruzione totale, la risposta non è la resa. È l’irrigidimento. È la radicalizzazione. È, in ultima analisi, la sopravvivenza come imperativo assoluto.

Gli attacchi iraniani degli ultimi giorni lo dimostrano con chiarezza. Non si tratta di operazioni simboliche, ma di una capacità ancora intatta di colpire obiettivi in tutta la regione: Israele, Iraq, Golfo. Nonostante tre settimane di bombardamenti intensi subiti, il dispositivo militare iraniano continua a funzionare. E questo basta a smontare la narrativa della vittoria imminente.

Nel frattempo, il potere interno si riorganizza. La scomparsa o il ridimensionamento delle figure storiche ha aperto spazio a una leadership più opaca, meno carismatica ma potenzialmente più dura. Il nome che emerge con maggiore insistenza è quello di Mohammad Ghalibaf, figura pragmatica ma profondamente radicata nell’apparato. Accanto a lui, profili come Mohammad Bagher Zolghadr indicano una direzione precisa: sicurezza, controllo, nessuna concessione.

E mentre Washington parla di colloqui, Teheran li smentisce pubblicamente, definendoli operazioni di manipolazione dei mercati. Un dettaglio che rivela molto più di quanto sembri: la guerra non si combatte solo con i missili, ma anche con le aspettative economiche globali.

Diplomazia per disperazione

Il punto cruciale è che il negoziato, oggi, non nasce da una posizione di forza, ma da una difficoltà crescente. È il classico tentativo di uscire da un conflitto che si è rivelato più complesso del previsto.

L’idea di un cambio di regime rapido si è scontrata con una realtà ben più resistente. E ogni giorno che passa rafforza proprio quella componente che si voleva indebolire: l’ala più intransigente. È una dinamica nota nella storia dei conflitti, ma che continua a essere ignorata con sorprendente regolarità.

Il ruolo del Pakistan come mediatore non è casuale. Islamabad mantiene relazioni articolate con tutti gli attori coinvolti e può fungere da canale di comunicazione indiretta. Ma anche qui, la mediazione non è segno di controllo, bensì di necessità.

La verità è che nessuno sembra avere più il pieno controllo della situazione. Non l’amministrazione Trump, che rincorre i mercati. Non Tel Aviv, con Netanyahu che alza continuamente la soglia dello scontro. Non le monarchie del Golfo, esposte e vulnerabili. E nemmeno Teheran, che gioca una partita ad altissimo rischio.

Eppure, proprio in questa assenza di controllo si inserisce il paradosso più evidente: si continua a parlare di strategia, mentre si naviga a vista. Il risultato è un conflitto che si autoalimenta, in cui ogni tentativo di soluzione arriva troppo tardi o troppo debole. E in cui la diplomazia non è più un’alternativa alla guerra, ma il suo prolungamento con altri mezzi.

Il vincolo della guerra

La lezione, per chi abbia ancora voglia di guardare oltre la superficie, è meno consolatoria di quanto si vorrebbe. Le guerre non si governano con annunci, né si chiudono per decreto quando diventano scomode. Possono essere accese con relativa facilità, ma una volta innescate tendono a seguire una logica propria, che sfugge ai loro stessi artefici.

È in questo scarto tra intenzioni e realtà che si consuma l’errore più grave: aver confuso la superiorità tecnologica con il controllo degli eventi, la forza con la capacità di determinare gli esiti. Quando il quadro strategico viene costruito su ipotesi errate – sulla fragilità presunta dell’avversario, sulla rapidità della vittoria, sulla docilità degli equilibri regionali – il rischio non è semplicemente quello di perdere terreno. È quello di trovarsi intrappolati in un conflitto che non si è più in grado né di dominare né di abbandonare senza pagare un prezzo elevato.

A quel punto, la guerra smette di essere uno strumento e diventa un vincolo. E chi pensava di usarla per ridisegnare il mondo si accorge, spesso troppo tardi, di aver semplicemente accelerato la propria perdita di controllo.

 

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