Trump lascia il Golfo in fiamme: gli alleati arabi scoprono di essere sacrificabili

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La guerra all’Iran ha aperto una crisi profonda nel Golfo Persico: Emirati sotto attacco, alleati arabi sempre più diffidenti verso Washington e Trump deciso a evitare nuovi conflitti. Le monarchie del Golfo scoprono di essere sacrificabili.

Trump lascia il Golfo in fiamme

Il vero terremoto geopolitico provocato dalla guerra contro l’Iran non è soltanto militare. È psicologico. Per la prima volta dopo decenni, le monarchie del Golfo stanno prendendo atto di una verità che a Washington conoscevano già tutti ma che nessuno aveva il coraggio di pronunciare apertamente: gli Stati Uniti non garantiscono più protezione automatica ai propri alleati. Garantiscano, al massimo, convenienza temporanea.

Il Medio Oriente oggi appare infatti come un sistema di alleanze sempre più instabile, dove ogni attore tenta di salvarsi da solo mentre l’amministrazione Trump cerca disperatamente di uscire dal pantano iraniano senza perdere troppo consenso interno. Altro che ordine americano: il Golfo Persico somiglia sempre più a un condominio armato in cui ciascuno sospetta dell’altro e nessuno si fida più del portiere.

La frase attribuita a Hosni Mubarak — “Chi pensa di coprirsi con gli Stati Uniti, in realtà resta nudo” — è tornata a circolare con insistenza nei circoli diplomatici arabi. E difficilmente esiste una sintesi migliore della situazione attuale.

Emirati sotto tiro, America in modalità spettatore

Gli Emirati Arabi Uniti stanno pagando il prezzo più alto della nuova strategia iraniana. Secondo diverse analisi militari e think tank regionali, dall’inizio delle ostilità Teheran avrebbe colpito obiettivi emiratini con migliaia tra droni e missili, prendendo di mira infrastrutture strategiche, installazioni energetiche e snodi logistici fondamentali.

L’attacco contro Fujairah, unico porto petrolifero pienamente operativo degli Emirati fuori dallo Stretto di Hormuz, ha avuto un forte valore simbolico oltre che economico. Colpire Fujairah significa inviare un messaggio chiarissimo: nessun partner degli Stati Uniti nella regione è davvero al sicuro.

La risposta americana, però, è stata quasi surreale. Donald Trump ha minimizzato gli attacchi parlando di danni “limitati”, mentre il Pentagono insiste sulla necessità di preservare il cessate il fuoco e impedire un’escalation diretta con Teheran.

Tradotto dal linguaggio diplomatico: gli alleati arabi possono anche incassare missili, purché la Casa Bianca riesca a evitare un’altra guerra lunga e impopolare alla vigilia delle delicate scadenze politiche interne. Ed è qui che emerge il vero capolavoro trumpiano: convincere contemporaneamente gli iraniani che Washington non vuole combattere e gli alleati del Golfo che devono continuare a fidarsi dell’ombrello americano. Una specie di deterrenza quantistica: esiste e non esiste nello stesso momento.

Naturalmente Teheran ha compreso perfettamente il meccanismo. Gli ayatollah non stanno colpendo in modo casuale. La pressione sugli Emirati e sugli altri partner regionali degli Stati Uniti punta a creare tensioni interne al blocco sunnita e ad aumentare il costo politico della guerra per Washington.

Una strategia che funziona anche perché il Consiglio di Cooperazione del Golfo non è più quell’organismo compatto raccontato per anni dalla narrativa occidentale.

Fine delle alleanze e panico geopolitico

La rivalità crescente tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è uno degli elementi centrali della nuova instabilità regionale. Dietro la facciata delle monarchie petrolifere compatte si muovono interessi divergenti, ambizioni economiche concorrenti e strategie geopolitiche sempre meno coordinate.

Gli Emirati, da tempo, cercano una propria autonomia strategica, diversificando alleanze e investimenti. L’uscita dall’OPEC+ e la progressiva ridefinizione delle relazioni regionali riflettono proprio questa tendenza: ogni Stato del Golfo cerca ormai di negoziare individualmente la propria sopravvivenza.

La politica estera americana appare sempre più dominata dalla logica transazionale del trumpismo. Non esistono alleanze permanenti, ma soltanto interessi momentanei. Una dottrina che entusiasma parte dell’elettorato MAGA ma terrorizza le cancellerie di mezzo mondo.

Il Wall Street Journal ha fotografato bene il problema: se Washington ignora gli attacchi contro i suoi partner del Golfo per convenienza tattica, cosa impedirà domani agli alleati europei o asiatici di sentirsi altrettanto vulnerabili davanti a Russia, Cina o Corea del Nord? La questione va molto oltre il Medio Oriente. È l’intera architettura strategica americana costruita dal dopoguerra a entrare in crisi.

Per decenni gli Stati Uniti hanno venduto sicurezza in cambio di fedeltà geopolitica, basi militari e integrazione economica. Oggi però molti governi iniziano a chiedersi se quelle stesse basi non li rendano semplicemente bersagli avanzati di conflitti che Washington potrebbe decidere di non combattere fino in fondo.

La frase del generale britannico Edward Stringer è brutale ma lucidissima: una base americana potrebbe trasformarsi da garanzia di sicurezza a calamita per missili. Ed è precisamente questo il nuovo incubo delle monarchie del Golfo.

Per anni hanno acquistato armamenti occidentali per centinaia di miliardi di dollari, ospitato infrastrutture militari statunitensi e costruito intere strategie di sopravvivenza attorno alla protezione americana. Ora scoprono che l’America trumpiana considera le alleanze come un contratto revocabile senza preavviso.

Il risultato è un Medio Oriente dove tutti diffidano di tutti: Iran contro monarchie sunnite, Emirati contro sauditi, alleati arabi contro Washington e Washington contro la prospettiva stessa di un nuovo coinvolgimento militare totale.

Il “miracolo” geopolitico di Trump è questo: essere riuscito contemporaneamente a indebolire la deterrenza americana, rafforzare l’autonomia strategica dei rivali regionali e seminare il panico tra gli alleati storici. Un risultato notevole. Soprattutto per chi aveva promesso di riportare ordine nel mondo.

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