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Mentre l’attenzione mediatica si concentra su ReArm Europe, il blocco criminale degli aiuti a Gaza prosegue tra fame e disperazione. Nessuno manifesta per i palestinesi, mentre si insiste sul parallelo con l’Ucraina, ignorando le differenze sostanziali. L’Europa resta complice dell’oppressione.
Palestina e Ucraina di fronte all’Europa
Mentre il dibattito pubblico si infiamma attorno al progetto ReArm Europe, voluto da Ursula von der Leyen per il riarmo dell’UE, una crisi umanitaria di proporzioni tragiche continua a consumarsi nel silenzio generale: il blocco degli aiuti a Gaza.
Da giorni, la popolazione palestinese sopravvive senza accesso a cibo e risorse essenziali, in condizioni sempre più drammatiche. Il taglio da parte di Israele delle forniture elettriche ha ulteriormente aggravato la situazione, facendo piombare un popolo già devastato da un anno e mezzo di guerra in una disperazione assoluta.
Eppure, nessuno sembra voler sollevare la questione. Non ci sono grandi manifestazioni a favore dei palestinesi, nessun intellettuale di spicco ha lanciato appelli, e nessun quotidiano europeo ha promosso iniziative di protesta.
L’assenza di mobilitazione appare tanto più stridente se confrontata con l’ampia solidarietà espressa nei confronti dell’Ucraina dopo l’invasione russa del 2022.
Una storia dimenticata e una storia nascosta
Molti cercano di stabilire un parallelismo tra la situazione ucraina e quella palestinese, ma si tratta di un accostamento fallace. I territori occupati in Ucraina – prevalentemente russofoni – sono stati il bersaglio militare del governo di Kyiv ben prima dell’invasione russa, nell’ambito di una guerra civile scarsamente raccontata dai media occidentali.
Proprio per questo, quando si parla di “pace giusta” c’è da considerare che il ritorno ai confini precedenti appare irrealizzabile proprio a causa del conflitto interno che ha preceduto l’intervento di Mosca.
Il caso palestinese è di tutt’altra natura. Israele non solo ha invaso e occupato il territorio, ma ha imposto una segregazione sistematica, accompagnata da episodi di pulizia etnica e – più recentemente – da un tentativo di genocidio.
A Gaza, l’intera popolazione è sotto assedio, privata di diritti fondamentali e sottoposta a bombardamenti continui, in un quadro che va ben oltre le dinamiche di una guerra convenzionale.
L’ipocrisia europea
Di fronte a questa realtà, la risposta dell’Europa è stata di sostanziale complicità con Israele. Non solo non si è levata alcuna voce istituzionale in difesa del popolo palestinese, ma i governi europei hanno spesso giustificato le azioni di Tel Aviv, contribuendo con armi e sostegno politico.
La recente decisione di Friedrich Merz di invitare Benjamin Netanyahu in Germania, nonostante su di lui penda un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, è solo l’ultimo atto di un’ipocrisia consolidata.
Se davvero l’Europa volesse difendere il diritto internazionale e i principi di giustizia, dovrebbe applicare lo stesso metro di giudizio a tutte le situazioni di occupazione e violenza.
Il trattamento riservato alla Palestina dimostra invece che il sostegno ai diritti umani è selettivo e condizionato da interessi geopolitici.
Nel frattempo, a Gaza, la popolazione continua a lottare per la sopravvivenza, ignorata da un mondo che ha scelto di voltarsi dall’altra parte.

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