Sahel, la confederazione che sfida l’ordine postcoloniale

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Mali, Niger e Burkina Faso creano una forza militare congiunta e lasciano l’ECOWAS. Nuove alleanze con Russia e Cina, banca d’investimento comune e promessa di sovranità. Decolonizzazione o salto nel vuoto geopolitico?

Il Sahel rompe con l’Occidente

Nel cuore del Sahel, dove per anni si sono alternati missioni occidentali, droni e promesse di stabilizzazione, Mali, Niger e Burkina Faso hanno deciso di cambiare spartito. L’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) ha formalizzato la nascita di una forza militare congiunta di circa cinquemila uomini, dotata di assetti terrestri, aerei e capacità di intelligence. La sigla operativa è UF-SAER, presentata ufficialmente a Bamako con tanto di bandiera e cerimonia. Non un dettaglio simbolico: è la dichiarazione pubblica di un nuovo asse politico-militare.

Il comando è stato affidato al generale burkinabé Daouda Traoré. La missione dichiarata è netta: contrastare il jihadismo e i gruppi armati che operano lungo le porose frontiere comuni, dove la mobilità transfrontaliera ha trasformato le linee di confine in corridoi d’instabilità. Secondo i portavoce dell’alleanza, il dispositivo consentirà operazioni coordinate e più rapide rispetto al passato, con l’obiettivo di proteggere le popolazioni civili, ormai stremate da anni di violenze.

Il dato politico, però, è più rilevante di quello operativo. L’AES nasce nel settembre 2023, evolve in Confederazione nel luglio 2024 e nel gennaio 2025 sancisce il ritiro formale dei tre Paesi dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS). La critica è frontale: inefficacia nella gestione delle crisi di sicurezza e, soprattutto, eccessiva influenza francese. Traduzione meno diplomatica: basta tutela, grazie.

Rottura con l’Occidente, nuovi partner a Est

L’uscita dall’ECOWAS coincide con la presa di distanza da Francia e Stati Uniti, già protagonisti – insieme ad altri attori regionali – delle precedenti architetture di sicurezza come il G5 Sahel. Le giunte militari al potere a Bamako, Niamey e Ouagadougou non fanno mistero di voler diversificare le alleanze, guardando a Russia e Cina come partner alternativi sul piano militare, economico e infrastrutturale.

È un passaggio che in Europa viene spesso letto come scivolamento nell’orbita di Mosca. Ma per i tre governi saheliani la narrazione è diversa: si tratterebbe di un processo di “sovranizzazione” delle politiche di difesa e sviluppo. Una parola che suona come decolonizzazione, e che trova consenso in società segnate da povertà cronica, instabilità politica e oltre ottomila morti legate all’espansione dei gruppi jihadisti negli ultimi anni.

L’AES non si limita al versante militare. I tre Stati hanno annunciato la creazione di una banca d’investimento comune e di un fondo di stabilizzazione per finanziare progetti su sicurezza alimentare, accesso a terra e acqua, sanità, istruzione e formazione professionale. L’obiettivo dichiarato è ricostruire le reti commerciali precedentemente integrate nello spazio ECOWAS e rafforzare infrastrutture, trasporti e telecomunicazioni. In parallelo, si punta a un maggiore controllo delle risorse minerarie ed energetiche e a processi di industrializzazione locale.

Il programma è ambizioso. E, per ora, sostenuto da un consenso interno significativo. I leader militari non parlano di transizione breve, ma di piani di lungo periodo. Un dettaglio che, in altri contesti, verrebbe rubricato come deriva autoritaria; nel Sahel, invece, è percepito da una parte della popolazione come promessa di stabilità dopo decenni di fragilità istituzionale.

Sicurezza o scommessa?

Resta la domanda cruciale: la nuova architettura regionale riuscirà dove le precedenti coalizioni hanno fallito? Coordinare cinquemila uomini è un conto; bonificare territori vastissimi, con economie informali e reti jihadiste radicate, è un altro. La sfida non è solo militare ma statuale: controllo del territorio, servizi pubblici, fiducia nelle istituzioni.

Inoltre, la rottura con l’ECOWAS comporta costi economici e diplomatici non trascurabili. Ricostruire catene commerciali e sistemi di pagamento regionali richiede tempo e risorse. E l’apertura a nuovi partner internazionali non garantisce automaticamente condizioni più eque: ogni potenza, vecchia o nuova, difende i propri interessi.

Eppure qualcosa è cambiato. Per la prima volta da anni, nel Sahel l’iniziativa non sembra provenire da Parigi o Washington, ma da capitali africane. Che si tratti di un autentico processo di emancipazione o di un azzardo geopolitico lo diranno i fatti. Intanto, nel deserto si sta riscrivendo un equilibrio regionale. E non è un dettaglio marginale per chi continua a considerare l’Africa solo come scacchiera altrui.

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