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Dopo il 1945 l’Europa costruì il rifiuto della guerra come fondamento politico, culturale e costituzionale, opponendolo a nazionalismo, razzismo e volontà di potenza. Chi oggi vuole ripristinare la guerra come strumento politico lo dichiari, senza chiedere all’ANPI di rinnegare la propria storia.
Ripudiare la guerra non è una vergogna
Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la guerra divenne per le nazioni europee una sorta di tabù collettivo, e la ragione è duplice: quel conflitto aveva lasciato dietro di sé oltre sessanta milioni di morti e devastazioni di una portata mai vista, e il nazifascismo appena sconfitto aveva fatto della guerra non un semplice strumento, ma uno dei propri cardini ideologici. Per fascismo e nazismo, infatti, il conflitto armato non era un mezzo tra gli altri per raggiungere fini politici: era parte costitutiva della dottrina stessa.
Non stupisce quindi che le nuove costituzioni europee del dopoguerra abbiano sancito il rifiuto della guerra come principio fondativo. L’Italia, come è noto, scelse il verbo più radicale a disposizione, ripudiare, disconoscendo il conflitto armato con la massima intensità lessicale e giuridica consentita.
In quelle carte costituzionali prendeva forma il mondo nuovo del dopo 1945, capace di offrire una risposta diversa alla crisi del liberalismo di inizio Novecento, quella generata dall’irruzione delle masse e del lavoro organizzato nell’arena politica.
Alla terribile soluzione fascista, che conviene ricordarlo ebbe un consenso di massa tutt’altro che marginale, non solo in Italia e Germania, il nuovo ordine politico rispose con il compromesso tra capitale e lavoro e con un conflitto sociale al tempo stesso garantito e contenuto da quelle stesse costituzioni, al posto di corporativismo, nazionalismo, razzismo e culto della volontà di potenza.
La disfatta del nazifascismo non fu soltanto un fatto militare, un semplice ritorno allo status quo ante: fu anche, e soprattutto, una vittoria politica, culturale e persino spirituale, capace di superare tanto il nazifascismo quanto il mondo che lo aveva preceduto e reso possibile.
Le forze politiche nate dopo il 1945 furono il frutto diretto di quello sforzo collettivo. La Resistenza europea non fu soltanto impegno militare: fu, in misura non minore, un decennale lavorio di elaborazione intellettuale volto a definire i tratti del mondo nuovo. In quei partiti e in quei sindacati confluirono intellettuali, religiosi, teologi, dirigenti politici e sindacali che quel mondo lo avevano pensato partendo esattamente dal rifiuto, dal ripudio della guerra.
Popolari, socialisti e comunisti, pur distanti su molto altro, condivisero quel ripudio e la convinzione che il conflitto sociale e la lotta politica per l’egemonia dovessero venire prima di qualunque narrazione nazionalista, razzista o corporativa.
Oggi esistono, com’è ovvio, orientamenti politici e culturali che ritengono la guerra debba tornare a essere lo strumento principale nelle relazioni internazionali. È una posizione che va contrastata con convinzione, perché rischia di riportarci a un secolo fa, e non è un dettaglio che gli ultimi vent’anni di questo secolo mostrino affinità sempre più inquietanti con quello scorso, crisi della liberaldemocrazia compresa.
Non è legittimo, oltretutto, pretendere che soggetti politici e culturali che rifiutino questa deriva, forze di opposizione dal basso, sindacati, ANPI, lavoratori, studenti, rinneghino le proprie coordinate, i propri valori, lo stesso tabù della guerra che hanno contribuito a costruire. Non è legittimo bollare di indegnità morale chi sceglie di restare a presidio di quei valori, faticosamente edificati nel tempo.
Chi vuole sdoganare la guerra come strumento legittimo, chi intende ripudiare il ripudio scritto nella nostra Costituzione, può farlo. Ma se ne assuma la responsabilità in prima persona, apertamente, senza nascondersi dietro scomuniche astiose e poco dignitose contro chi non intende seguirlo. Combatta la propria battaglia con argomenti propri, provi a costruire una propria tessitura politica e culturale, magari persino spirituale, se ne è capace.
Bisogna ricordare che la Resistenza fu soprattutto uno sforzo politico, culturale e spirituale per immaginare un mondo oltre la crisi della liberaldemocrazia di inizio Novecento e oltre il nazifascismo che a quella crisi aveva risposto. Per questo non troverete mai, in nessun archivio, un partigiano o un intellettuale antifascista che esalti la guerra o le stesse azioni militari a cui aveva preso parte. Chi oggi pretende che lo facciano non solo manca di pudore, ma dimostra di ignorare la storia del nostro paese e dell’Europa intera.

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