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L’uso politico del termine “antisemitismo” come definito dall’IHRA sta trasformando il dissenso in colpa e il linguaggio in strumento disciplinare. Una democrazia che sostituisce il confronto con la squalifica morale tradisce i valori che proclama di difendere.
Quando le parole diventano armi di servizio
In ogni democrazia autentica il dissenso è una funzione vitale, non un incidente da contenere con dispositivi semantici. Eppure assistiamo a un fenomeno sempre più diffuso: lo svuotamento deliberato delle parole chiave del dibattito pubblico, la loro riconversione in strumenti disciplinari, e infine la loro riproposizione come sigilli di legittimità per chi desidera imporre verità parziali come se fossero dogmi di Stato.
Nulla di nuovo sotto il sole del potere, ma la rapidità con cui certe dinamiche tornano a imporsi è indicativa dello stato di salute – piuttosto precario – della sfera civile.
Il termine “antisemitismo” è diventato l’esempio più evidente di questa trasformazione. La definizione IHRA, adottata come un mantra in molti contesti istituzionali, svolge una funzione politica più che descrittiva: allarga il campo semantico fino a comprendere posizioni che, pur potendo risultare discutibili o contestabili, non hanno alcuna relazione con l’odio etnico o religioso.
È un artificio retorico che permette di trasferire un intero segmento del dibattito sotto il dominio dell’indicibile. Perché discutere, quando si può squalificare?
Il paradosso non è solo linguistico. È la spia di un cambio di paradigma: quando una democrazia rinuncia alla fatica della discussione e sceglie scorciatoie punitive, segnala che il suo tessuto deliberativo è in fase di degenerazione.
E proprio in questa degenerazione si produce un cortocircuito gravissimo: chi difende la libertà di parola viene accusato di mettere a rischio la sicurezza collettiva, mentre chi pretende categorie di censura invoca civiltà e responsabilità. È un mondo alla rovescia, ma perfettamente funzionale alla logica della forza.
L’ideologia dell’impunità morale
Affidare a una parola il compito di definire ciò che è permesso dire è sempre pericoloso. Farlo con un termine carico di storia, dolore e implicazioni etiche profonde significa costruire un recinto simbolico dal quale non è più possibile uscire. Chi lo attraversa viene subito marchiato. Che poi il marchio sia usato impropriamente non fa la minima differenza: l’obiettivo non è la verità, ma il controllo.
E qui si apre l’altra questione: la complicità – attiva o passiva – di chi utilizza questa arma senza interrogarsi sulle sue conseguenze. Perché non si tratta semplicemente di un abuso linguistico, ma dell’ingresso in una filiera di potere che autorizza chiunque a colpire l’avversario politico con un’accusa moralmente devastante, sapendo che la sola pronuncia del termine basta a chiudere ogni discussione. Non è necessario dimostrare nulla: la definizione IHRA si incarica di fare il lavoro sporco.
Il risultato? Un clima di guerra permanente del discorso pubblico. Non una guerra fatta di argomenti, ma di delegittimazioni automatiche. “O si vince o si muore”, come recita la retorica muscolare che ormai permea ogni settore della politica occidentale. Se tutto è scontro, allora la parola non serve più a chiarire, ma a intimidire. Se tutto è emergenza, allora ogni eccezione diventa norma. Ed è proprio qui che la democrazia rischia di smarrire se stessa.
Ed ecco il punto più ironico, benché poco divertente: mentre si chiedono “valori democratici”, “Memoria” e “Mai più” come se fossero talismani, si procede a smontare gli stessi meccanismi che dovrebbero sostenerli. Una contraddizione così evidente da essere quasi sfacciata. La retorica del bene assoluto serve, infatti, a mascherare una pratica che con il bene ha ben poco a che fare: la riduzione del conflitto politico a mera obbedienza.
Il problema non è dunque chi critica gli abusi del linguaggio. Il problema è chi pretende di esercitare un monopolio morale, sfruttando un termine sacro per ottenere un’immunità politica che non dovrebbe essere concessa a nessuno.
Il dibattito democratico non richiede autorizzazioni, né tutele speciali per chi vuole imporre la propria visione. Se davvero l’obiettivo fosse la difesa della convivenza civile, si punterebbe alla chiarezza, non all’ambiguità. Alla discussione, non alla squalifica.
E se qualcuno non è d’accordo, può dirlo. O almeno, può provarci. Perché il primo passo verso il totalitarismo non è la censura palese, ma l’abitudine all’autocensura. Il resto viene da sé, e non servono grandi storici per ricordarcelo.

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