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A Gaza i giornalisti sono esclusi, ma il governo Netanyahu paga influencer milionari per diffondere una realtà fittizia. Una propaganda volutamente falsa che mira a dissociare coscienza e percezione, trasformando il genocidio in rumore di fondo “normale”.
Netanyahu arruola gli influencer
A Gaza i giornalisti non possono entrare. Le telecamere indipendenti, gli inviati di guerra, i cronisti che potrebbero documentare i massacri e raccontare con onestà la vita sotto le bombe, sono esclusi. Al loro posto, il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu ha deciso di aprire le porte a un gruppo selezionato di influencer, pagati a caro prezzo per raccontare una realtà fittizia: quella di una Gaza pacifica, generosamente sostenuta da Israele, in cui la vita scorrerebbe quasi normale.
Come riportato dalle principali testatei internazionali, compresa Repubblica, che di certo non possiamo considerarla vicina ai “propal” (!), dieci influencer sono stati ingaggiati con assegni milionari per costruire questa narrazione artificiale.
Non si tratta di un’ingenuità comunicativa, ma di una scelta deliberata: una propaganda che non tenta neppure di sembrare credibile, anzi, si propone apertamente come falsa. Non ha l’obiettivo di convincere, bensì di disorientare, di saturare lo spazio mediatico con immagini e video che spingono l’orrore reale in secondo piano.
Il messaggio è chiaro: Israele non intende fermarsi, nonostante l’indignazione mondiale. Vuole invece affermare la propria volontà di proseguire nei massacri, ribadendo che la dissociazione tra ciò che sappiamo e ciò che vediamo è una condizione che il potere vuole imporre, come in un incubo da cui non è possibile svegliarsi.
La strategia dell’incubo: saturare, dissociare, normalizzare
L’operazione di propaganda israeliana a Gaza non si limita alla censura. Va oltre, cercando di approfondire quella dissociazione che già molti cittadini occidentali sperimentano.
Viviamo in società relativamente sicure, lontane dalla fame e dalla paura quotidiana, eppure siamo spettatori di un genocidio che conosciamo ma che non possiamo fermare. È una coscienza spezzata: da un lato sappiamo, dall’altro non agiamo.
In questo senso, l’impiego degli influencer non è soltanto un gesto meschino. È una strategia psicologica. Non importa che i video risultino ridicoli, che mostrino sorrisi finti e scene artificiose. Importa che occupino spazio, che creino rumore, che insinuino una frattura tra il sapere e il percepire. L’obiettivo è incoraggiare una rimozione collettiva: non tanto razionale, quanto emotiva e inconscia.
Come negli incubi, lo spettatore rimane bloccato: sa che l’orrore esiste, ma non può agire. Così, l’orrore di Gaza viene progressivamente relegato ai margini della coscienza, trasformato in un rumore di fondo che diventa “normale”. È la normalizzazione dell’intollerabile.
Questa tecnica comunicativa non è nuova. L’Occidente l’ha sperimentata per secoli, costruendo narrazioni autoassolutorie rispetto al colonialismo, allo sfruttamento e alle guerre “umanitarie”. La storia insegna che spesso le immagini e le parole non servono a spiegare, ma a rimuovere. Non a raccontare la verità, ma a creare un filtro attraverso cui la verità diventa invisibile.
La propaganda di Netanyahu, dunque, non è soltanto un’operazione maldestra. È l’espressione cinica di un potere che non teme di mostrarsi bugiardo, perché ciò che conta non è il consenso razionale, ma la manipolazione psichica. Non convincere, ma dissociare. Non persuadere, ma rendere tollerabile il genocidio.
Il problema è che questo meccanismo funziona solo se l’opinione pubblica internazionale accetta passivamente di restare spettatrice. Sta a chi ha voce — giornalisti, intellettuali, società civile — rompere questa dissociazione e ricordare che Gaza non è un set da social media, ma il luogo di una tragedia reale, che non può essere normalizzata.

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