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Lo sfacciato appello di Mattarella: il Quirinale come architrave del vincolo esterno

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L’appello di Mattarella al riarmo segna un’ulteriore forzatura del ruolo presidenziale e consegna l’Italia a una linea bellicista mai votata. Governo e opposizione si adeguano, mentre la democrazia si riduce a ratifica e l’astensione cresce.

Il Quirinale, il riarmo e la democrazia a scelta limitata

C’è una soglia invisibile che separa il ruolo di garanzia dalla pressione politica. Quando viene superata, non si tratta più di moral suasion ma di indirizzo, e l’indirizzo, in una repubblica parlamentare, spetta ad altri.

L’invito al riarmo formulato dal Presidente della Repubblica non è una svista lessicale né una generica riflessione sul contesto internazionale: è una presa di posizione netta su una scelta strategica che implica priorità di bilancio, sacrifici sociali e una precisa collocazione geopolitica. In altre parole, politica nel senso pieno del termine.

Non è la prima volta che il Quirinale interviene ben oltre il perimetro cerimoniale o arbitrale. Ma il punto non è la ripetizione del gesto, bensì la sua coerenza con una funzione che, per Costituzione, dovrebbe essere di equilibrio tra i poteri, non di supplenza o orientamento. Sergio Mattarella non parla a nome di una maggioranza eletta, né risponde a un mandato popolare diretto. Eppure, nel momento in cui sollecita governo e Parlamento ad accettare il riarmo “anche se impopolare”, introduce un principio inquietante: la legittimità delle scelte non deriva più dal consenso, ma dalla loro presunta necessità storica.

Qui emerge un dato strutturale della fase politica italiana. Il Capo dello Stato agisce sempre più come garante di un sistema di vincoli esterni che negli ultimi trent’anni ha progressivamente svuotato la sovranità democratica. Mercati finanziari, alleanze militari, architetture europee: nomi diversi per un medesimo dispositivo, che detta l’agenda e riduce la politica a gestione dell’inevitabile. In questo quadro, l’appello al riarmo non nasce da un dibattito pubblico, né da un programma sottoposto agli elettori, ma dall’allineamento a un disegno sovranazionale che non ammette deviazioni.

Il paradosso è evidente. Le stesse élite che rivendicano l’eccezionalità della guerra in Ucraina come fondamento dei “valori europei” mostrano una cautela quasi mistica quando si parla di Gaza. Le sanzioni contro la Russia si moltiplicano con zelo burocratico, mentre su Israele cala un silenzio che sa di doppio standard. In questo contesto, l’Italia viene chiamata a fare la sua parte, senza troppe domande e soprattutto senza consultare chi pagherà il conto.

Il riarmo come alibi politico trasversale

La traduzione concreta di questo appello è fin troppo chiara. Riarmarsi significa spostare risorse, ridefinire priorità, accettare una compressione ulteriore della spesa sociale. È la “scelta impopolare” evocata con pudore istituzionale, che nella pratica si traduce in salari fermi, servizi esternalizzati, welfare ridotto a variabile dipendente. Una macelleria sociale, per usare un lessico meno ovattato, giustificata in nome della sicurezza e dell’emergenza permanente.

Al governo questa impostazione non dispiace affatto. Un esecutivo che ha smarrito qualsiasi ambizione trasformativa trova nel riarmo un comodo paravento. Se l’economia non cresce, se il lavoro resta povero, se la sanità pubblica arretra, la colpa non è delle scelte politiche ma della congiuntura internazionale. La guerra diventa così l’alibi perfetto per l’assenza di progetto.

Ancora più istruttivo è il comportamento dell’opposizione. Lungi dal sollevare una questione democratica, gran parte delle forze che dovrebbero rappresentare un’alternativa si accodano senza esitazioni. Il Partito Democratico, in particolare, sembra voler dimostrare di essere più affidabile della destra sul terreno dell’atlantismo militante. Una competizione surreale, in cui l’unico parametro è il grado di adesione alla linea bellicista, mentre il dissenso viene trattato come residuo folcloristico.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Un sistema politico che chiede sacrifici senza offrire scelta, che invoca l’unità nazionale per neutralizzare il conflitto sociale, che considera il voto un fastidio e l’astensione un’anomalia da correggere. E poi si stupisce se milioni di cittadini smettono di partecipare. Perché dovrebbero farlo? Per legittimare decisioni già prese altrove?

Il problema, ormai, non è solo il riarmo. È la normalizzazione di una democrazia commissariata, in cui le scelte fondamentali vengono presentate come obbligate e chi le contesta viene invitato, con garbo istituzionale, a farsi da parte.

 

 

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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