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L’Europa preprogrammata alla guerra: tra riarmo, propaganda e obbedienza

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Europa spinta a un maggior ruolo militare mentre gli USA mantengono il controllo strategico. L’UE, divisa e fragile, parla di difesa comune e riarmo come fossero passaggi inevitabili. Avanza anche un controllo sociale più rigido. Si normalizza la guerra come destino politico.

Un’Europa senza bussola, ma con molti generali

Ormai si moltiplicano analisi e indiscrezioni sulla progressiva ridefinizione del rapporto tra Stati Uniti ed Europa. La narrazione ufficiale parla di “maggiore responsabilità” del Vecchio Continente, un concetto talmente generico da funzionare come un placebo geopolitico: tutti possono ripeterlo senza assumersi alcun impegno concreto.

In realtà, ciò che si intravede è un processo più pragmatico e meno romantico: Washington sta cercando di ridisegnare i perimetri della propria esposizione militare, lasciando all’Europa un ruolo più pesante nel contenimento della Russia, pur mantenendo il controllo strategico complessivo.

Il punto fondamentale è che gli Stati Uniti, nonostante le dichiarazioni, non hanno alcuna intenzione di rinunciare al loro primato nell’architettura di sicurezza occidentale. Se volessero davvero favorire l’autonomia europea, rivedrebbero gli accordi militari nati nel dopoguerra, ridurrebbero la presenza di basi in territorio UE, e aprirebbero un negoziato serio sulla trasformazione della NATO. Nulla di tutto ciò è all’orizzonte.

Ma anche ammesso che Washington cambiasse rotta, l’Europa dovrebbe prima confrontarsi con la propria incapacità strutturale: ventisette paesi, ventisette agende politiche, interessi divergenti e una storica riluttanza a considerare la politica estera come un ambito veramente comune. Difficile immaginare un progetto di difesa condivisa quando l’Unione non riesce a trovare un accordo nemmeno sulle regole di migrazione o sul bilancio pluriennale.

Eppure, nonostante questa fragilità evidente, circola già l’ipotesi – non nuova, ma oggi più insistente – di creare una forza militare europea separata dall’apparato americano, un organismo “extra-usa” che potrebbe, nelle versioni più ambiziose, evolversi in una struttura chiamata ECD, European Common Defense.

Un disegno che, secondo alcuni osservatori, servirebbe soprattutto a spostare il peso di un eventuale scontro con Mosca sulle spalle europee, evitando coinvolgimenti legali diretti degli Stati Uniti.

La componente più interessante di questa ipotesi non è la sua realizzabilità, ma la rapidità con cui sta entrando nel dibattito pubblico come se fosse un’evoluzione ovvia e naturale. E quando un’idea così impegnativa diventa improvvisamente “ovvia”, di solito significa che qualcuno sta lavorando per farla apparire tale.

La normalizzazione del militarismo e le nuove forme del controllo sociale

Nel frattempo, la retorica del riarmo ha smesso di essere prudente. Si parla di riallocare risorse, aumentare capacità belliche, riconsiderare la leva obbligatoria. Tutto con un tono amministrativo, come se stessimo discutendo della raccolta differenziata e non della reintroduzione di un dovere militare che cambierebbe la vita di milioni di cittadini.

La Germania, in particolare, si muove con sorprendente decisione: un riarmo velocizzato, più che accelerato, che stravolge decenni di cultura politica pacifista.

Parallelamente si rafforza un sistema di regolamentazione dell’informazione che, formalmente finalizzato alla tutela della sicurezza digitale, rischia di diventare un meccanismo di sorveglianza ideologica.

Tra DSA irrigidito, progetti di controllo delle comunicazioni private e l’ipotesi di sistemi di identificazione digitale simili a un social score, l’Europa si avvicina a un modello di governance che, fino a pochi anni fa, sarebbe stato definito distopico senza esitazioni.

Per rendere tutto più digeribile, vengono ripetuti mantram politici sulla “necessità del sacrificio” e sull’urgenza di prepararsi a un futuro instabile. Dichiarazioni che riecheggiano nei talk-show dove opinionisti zelanti recitano la parte dei nuovi chierici della sicurezza collettiva. E mentre si ridisegna il profilo dell’alleato americano – ora partner, ora potenziale antagonista a seconda delle esigenze narrative – si prepara l’opinione pubblica a una conclusione già scritta: lo scontro con la Russia non è un rischio, ma una soluzione.

A questo punto la questione non è più se tale scenario sia realistico, ma come venga costruito. L’obiettivo sembra chiaro: rendere inevitabile ciò che ancora potrebbe essere evitato. Far percepire la guerra non come un fallimento politico, ma come una tappa naturale dell’identità europea in costruzione. Una pedagogia della paura che pretende consenso, disciplina e silenzio.

In un contesto simile, il vero terreno di resistenza non è solo politico ma culturale: opporsi alla trasformazione del dissenso in sospetto e alla militarizzazione come orizzonte unico.

Perché quando l’Europa accetta di discutere solo nei termini che qualcun altro le ha imposto, non perde solo autonomia strategica: perde la capacità stessa di immaginare alternative.

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Sira Beker
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