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L’asse che spaventa il vecchio ordine: Putin, Xi e Kim uniti in parata

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A Pechino, la Parata della Vittoria unisce Xi, Putin e Kim. La Cina avverte il mondo: occorre scegliere tra pace e guerra. Trump accusa le potenze asiatiche di cospirare contro gli USA. Un fronte simbolico si stringe mentre l’Occidente è assente, e il Giappone rompe la tradizione delle scuse.

Tra parate e simboli: l’asse Pechino-Mosca-Pyongyang

A Pechino, le celebrazioni per la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale si sono trasformate in un palcoscenico di alta geopolitica, con l’asse Pechino-Mosca-Pyongyang in primo piano.

L’evento, segnato dalla presenza di figure chiave come il presidente cinese Xi Jinping, il leader russo Vladimir Putin e il leader nordcoreano Kim Jong-un, ha mandato un messaggio inequivocabile al resto del mondo, in particolare all’Occidente.

La parata militare non è stata solo una rievocazione storica, ma una dimostrazione di forza e di alleanza strategica in un momento di crescente tensione globale. Xi Jinping, nel suo discorso, ha evitato riferimenti diretti agli Stati Uniti o a questioni spinose come Taiwan e i dazi, ma il suo monito che “l’umanità si trova ancora una volta di fronte alla scelta tra la pace e la guerra, tra il dialogo e lo scontro” ha chiaramente indicato la direzione della politica cinese. La sua affermazione che “Nessun bullo potrà intimidirci” ha trovato immediata eco nelle interpretazioni occidentali, che hanno visto nelle parole del presidente cinese una critica velata ma diretta alla presunta egemonia americana.

La scena dei tre leader, Xi, Putin e Kim, che camminano fianco a fianco sul tappeto rosso, ha un profondo valore simbolico. Riuniti per celebrare una vittoria sulle ambizioni egemoniche di Giappone e Germania nazista, essi si sono mostrati uniti in quello che appare un fronte comune contro un “bullo” moderno, l’Occidente. Un’immagine che rappresenta un chiaro segnale di coordinamento strategico e di una crescente coesione tra potenze che, pur con differenze, condividono un approccio critico verso l’ordine internazionale a guida statunitense.

Le assenze dei leader occidentali di spicco hanno amplificato questo simbolismo, lasciando la ribalta a una narrazione alternativa della storia e del presente. L’unico alleato occidentale presente, il primo ministro slovacco Robert Fico, ha sottolineato ulteriormente la frattura all’interno dell’Unione Europea e il sostegno a Mosca.

Tokyo e il semplice ‘rimorso’

Mentre la Cina celebrava la sua vittoria, il Giappone ha rotto una tradizione decennale, astenendosi da un commento ufficiale sulla sua resa. Questa decisione, sostenuta dalla maggioranza del partito di governo, segna una svolta nella “diplomazia delle scuse” e si rivela come un tentativo di revisionismo storico o, quantomeno, una diminuzione della volontà di mantenere viva la memoria degli orrori passati.

Il premier Shigeru Ishiba, pur favorevole a mantenere la linea del passato, non ha avuto la forza politica di opporsi a questa tendenza. La rottura di questa tradizione non è passata inosservata e ha sollevato interrogativi sulla direzione futura della politica estera giapponese.

A Washington, la risposta di Donald Trump ha aggiunto un tocco di sarcasmo e disprezzo alla situazione. La sua domanda provocatoria sul sostegno americano alla Cina durante la guerra e i “saluti a Putin e Kim mentre cospirate contro gli Stati Uniti” hanno sintetizzato in modo efficace la percezione di una minaccia crescente rappresentata da questo nuovo asse di potere.

La parata di Pechino, quindi, è molto più di una semplice celebrazione storica; è un momento di transizione, una chiara demarcazione di frontiere ideologiche e strategiche in un mondo sempre più multipolare, segnando un’epoca in cui le alleanze si ridisegnano e gli equilibri di potere sono in continua evoluzione.

 

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