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Conflitti, tensioni etniche, censure sui social: alla radice del maremoto che scuote il mondo contemporaneo si trova l’essenza stessa della modernità liberale, che demolisce ogni principio strutturale in nome di una libertà concepita come mantenimento di un ordine regolato dalla propria presunta superiorità ‘morale’.
La parabola della modernità liberale
La modernità liberale, nata dall’Illuminismo e cresciuta come promessa di progresso, uguaglianza e libertà, sembra oggi divorarsi dalle fondamenta, riducendo i suoi stessi principi a un paradosso.
L’ideale liberale di emancipazione individuale e collettiva, inteso inizialmente come un passo verso la liberazione da oppressioni tradizionali, si è trasformato in una forza distruttiva che erode legami sociali e normativi senza pietà. Ma cosa significa veramente che la modernità liberale “consuma sé stessa”?
Distruzione delle fondamenta
Il primo passaggio di questo processo autodistruttivo è una costante cancellazione di ogni fondamento e distinzione tradizionale, portata avanti nel nome di una “superiore illuminazione” e della libertà individuale.
In questo contesto, la cultura liberale non solo smantella vecchie strutture sociali come patriarcati e gerarchie feudali, ma elimina anche i legami emotivi, simbolici e comunitari che, seppur spesso imperfetti, tenevano insieme gli individui e le società.
Il potere liberale, basato sulla promozione della libertà e della razionalità, dissolve ogni regola non necessaria, relegando persino valori come dignità e lealtà a semplici “valori di scambio,” come scrisse Karl Marx.
La modernità liberale, quando abbatte vecchi costumi e valori, li sostituisce con un nuovo ordine economico e individualista, in cui tutto è ridotto a calcolo e interesse personale. In questo modo, al posto di relazioni intrise di sentimenti e significati sociali, prende piede un “puro pagamento in contanti.”
La dignità individuale e i legami comunitari sono sostituiti da una nuova forma di “libertà,” quella del mercato aperto, che si presenta come la condizione naturale e inevitabile dell’esistenza umana.
Questo passaggio iniziale crea una rottura che non si limita a liberare, ma crea un vuoto in cui le persone si trovano slegate, individualizzate e, paradossalmente, più vulnerabili.
L’incendio che si autoalimenta
Come un incendio che si autoalimenta, questa spinta liberale verso l’autonomia e la rimozione dei limiti non si arresta: nonostante Marx abbia immaginato il comunismo come una soluzione per controllare e orientare questa energia distruttiva, è stato forse inconsapevole del fatto che la modernità stessa – il motore del cambiamento che aveva tanto esaltato – sarebbe diventata ingovernabile.
La distruzione non risparmia neppure il concetto stesso di umanità, che si dissolve nella logica di uno scambio astratto e meccanico, dove l’individuo è ridotto a una funzione del mercato o a un consumatore senza radici.
In questa fase, ogni principio ordinatore è sostituito dall’imperativo dell’arbitrio individuale. La libertà, intesa come emancipazione dai legami sociali, inizia a trasformarsi in una forza centrifuga che scardina ogni fondamento stabile.
È in questo contesto che fioriscono forme di cultura e identità sempre più fluide e frammentarie, incapaci di fornire significati condivisi o stabilità alle generazioni future.
Relativismo e autoritarismo
Quando le basi sociali e culturali si disintegrano in un relativismo totale, la società si trova a vivere un secondo passaggio: il disorientamento, la prevaricazione e la percezione di ingiustizia iniziano a crescere, conducendo a una condizione di caos e insicurezza che, ironicamente, richiede nuove forme di ordine.
Questo è il punto in cui la modernità liberale si trasforma nel suo opposto: in nome della libertà si è dissolto ogni ordine, ma proprio per questo si impone una nuova epoca di coazione, sorveglianza e controllo che non si basa su una tradizione millenaria, ma sul peso dell’arbitrio e dell’opportunismo.
In questa nuova era, il potere non si presenta più come autorità ancorata a valori condivisi ma come un’entità anonima, impersonale e flessibile, in cui lobby, multinazionali e oligarchi decidono per noi senza una logica facilmente riconoscibile. Questo rende l’autorità non solo più invadente, ma anche invisibile e intangibile.
Chiunque tenti di analizzare questi fenomeni può essere accusato di “complottismo“, come se cercare di interpretare questa illogicità fosse già un delitto di pensiero. L’autorità diventa uno spettro onnipresente che impone sanzioni e controlli, e che trae la sua forza proprio dal vuoto creato dalla dissoluzione di ogni valore e ogni tradizione.
Nuove forme di conflitto
La modernità liberale, dunque, ha creato le condizioni per una società disgregata, in cui le identità individuali e collettive si sfaldano, e i legami sociali diventano instabili, ambigui e conflittuali.
Di fronte a questo panorama, i conflitti proliferano come tensioni tra frammenti ideologici, motivazioni irrisolte e divergenze di aspettative. La libertà liberale diventa così una trappola in cui ogni individuo, spinto alla realizzazione personale e all’affermazione assoluta della propria identità, si trova a scontrarsi con l’altro.
Questa polarizzazione dell’individuo, privo di basi comuni e oppresso da una società che ha trasformato le sue promesse in arido relativismo, crea il terreno perfetto per una “repressione accettata”.
La crescente accettazione di misure di sorveglianza e di repressione si basa su un bisogno di sicurezza di fronte a una complessità che risulta insostenibile per l’individuo. La società si trasforma così in una realtà pronta a tollerare giudizi sommari e forme di violenza che richiamano i momenti più bui della storia, pur giustificandosi con la necessità di sicurezza e stabilità.
La “leggerezza dell’arbitrio”, che ha guidato le forze economiche e culturali in un primo momento, si rivela come l’inizio di una nuova forma di autoritarismo che divora ogni tentativo di costruire un futuro stabile.
Tra il bisogno di ordine e il richiamo della libertà, la modernità si trova oggi a dividersi, consumando sé stessa, come una civiltà che ha perso il senso della propria identità.

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