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L’attacco continuo a Francesca Albanese rivela la fragilità democratica nell’Occidente atlantico, dove il dissenso reale diventa tabù e chi denuncia i massacri a Gaza o i pericoli del riarmo viene delegittimato. Una macchina mediatica compatta trasforma episodi marginali in emergenze utili a ripristinare l’ordine politico. Si grida allo squadrismo per 4 fogli buttati a terra in una stanza vuota, si tace sulle stragi.
Un dissenso che mette paura
Il nuovo attacco contro Francesca Albanese non è un semplice episodio di vandalismo né l’ennesima polemica da salotto televisivo. È il sintomo di qualcosa di assai più profondo: la difficoltà crescente, nel nostro Paese e nell’intero blocco euro-atlantico, di tollerare uno sguardo che non si allinei alla narrativa dominante su Gaza (e non solo).
La relatrice ONU, colpevole di avere l’ostinazione degli antichi e il rigore di chi non si piega alla diplomazia delle convenienze, viene bersagliata perché insiste a descrivere ciò che molti preferirebbero occultare: l’esistenza di un sistema di violenza strutturale che da decenni governa la vita dei palestinesi.
L’attacco non è dunque contro una persona, ma contro la possibilità stessa di un discorso pubblico libero. Si finge di condannare qualche giovane che ha lanciato fogli e imbrattato muri, ma il bersaglio reale è la libertà di parola di chi ricorda che l’occupazione e le sue conseguenze non sono un dibattito astratto, bensì un dramma umano.
Lo si vede nel caso dell’imam Mohamed Shahin, con l’idea, al limite dell’assurdo giuridico, di espellere un uomo ormai integrato in Italia verso un Paese dove rischia detenzione arbitraria e tortura: un gesto che rivela un’ansia punitiva incompatibile con la retorica dei valori democratici che si sbandiera a ogni occasione.
La democrazia selettiva dell’Occidente
Del resto, non sarebbe la prima volta che nel nostro spazio pubblico indignazioni e tolleranze cambiano valore a seconda di chi parla.
Per i fischi e le contestazioni di un gruppo di universitari a Molinari, l’ex contestatissimo direttore di Repubblica, uno dei più feroci negazionisti dei fatti di Gaza, si scomodò persino Mattarella. Stessa cosa per i fischi a Fiano, il portavoce di Sinistra per Israele. E che dire invece di come sia passato quasi sotto silenzio Riccardo Pacifici, noto esponente della comunità ebraica romana, quando si rivolse in piazza ai professori Orsini e D’Orsi con un minaccioso “vi verremo a prendere”, finito in video circolato in rete diventando virale. Nessuna campagna mediatica, nessuna invocazione di emergenze democratiche.
Poco dopo, due personalità pesantemente critiche verso Israele, Karem Rohana e Chef Rubio, venivano picchiate da uomini incappucciati; ciò non ha impedito a sobillatori e responsabili morali di continuare a essere ospitati nei talk show, mentre altri rischiano di essere espulsi dall’Italia per aver espresso opinioni ritenute inaccettabili.
È una doppia morale talmente evidente da risultare imbarazzante. Il 7 ottobre, per gran parte del mondo extra-occidentale, è stato interpretato come un atto di resistenza contro un’occupazione che prosegue da decenni.
In Europa e negli Stati Uniti, invece, quel tema è divenuto un tabù, manipolato fino a trasformare i sostenitori del diritto internazionale in potenziali criminali. La discussione è ridotta a un campo minato, dove anche solo riconoscere l’esistenza di una pluralità di interpretazioni viene trattato come un’offesa imperdonabile.
Il carnevale dell’indignazione e la politica degli algoritmi
Questo scenario ha trovato un’impennata quando la questione palestinese, dopo mesi di immagini insostenibili, è entrata persino nel mainstream pop. Bandierine negli stadi, cantanti con improvvisi slanci di geopolitica, movimenti di base che costringono i partiti a posizioni più coraggiose.
Perfino il Partito Democratico, tradizionalmente prudente nell’allineamento atlantico, si è ritrovato a concedere cittadinanze onorarie a Francesca Albanese come se fossero confetti elettorali. Poi, quasi improvvisamente, l’ondata emotiva si è arrestata: la “pace” proposta da Trump ha imposto una nuova disciplina e i motori del consenso hanno ricevuto l’ordine di abbassare i toni. Il copione è cambiato, e con esso i ruoli: ciò che fino a ieri era tollerabile, ora torna a essere sospetto.
Nel frattempo, in Palestina, non è cambiato nulla. Gaza resta sigillata alla stampa internazionale, la violenza dei coloni cresce nei territori occupati e altre centinaia di palestinesi sono morti nell’indifferenza generale. Nonostante la realtà, la narrazione ufficiale è stata rapidamente riallineata: chi chiede un cessate il fuoco viene trattato come una minaccia per la stabilità europea, e chi denuncia il riarmo occidentale diventa automaticamente un estremista.
La costruzione del capro espiatorio
In questo rinnovato clima di caccia alle streghe, l’incursione alla sede de La Stampa è divenuta un dono inatteso per chi aspettava l’occasione di rimettere in ordine il racconto. Un gruppo di ragazzi, che pare più un’improvvisazione dilettantesca che un’azione coordinata, ha prodotto qualche foglio per terra e graffiti scadenti. Era esattamente ciò che serviva: abbastanza per evocare lo spettro del “terrorismo”, poco per generare reali danni.
Parlare di squadrismo, tracciare parallelismi con l’assalto neofascista alla CGIL del 2021 ha permesso di costruire un’atmosfera di emergenza utile a ripristinare l’unità del fronte democratico, sempre più fragile di fronte alle contraddizioni interne.
Ed ecco allora che la Albanese, fin lì tollerata con malcelato fastidio, diventa improvvisamente la matrice di ogni pericolo. “Terrorista”, “fomentatrice”, “icona dell’odio”: l’intero apparato mediatico si ricompatta in un coro che non ammette dubbi.
Il messaggio è semplice: chi mette in discussione la politica estera dell’alleanza occidentale deve essere delegittimato, isolato, trasformato in un simbolo negativo. Un’operazione tanto prevedibile quanto trasparente.
Destino europeo: la guerra come progetto
Sgomberato il campo dalle voci dissonanti, la politica italiana può tornare ai suoi veri obiettivi: sostenere il riarmo, sabotare ogni ipotesi di negoziato serio in Ucraina, rientrare pienamente nei ranghi dell’agenda atlantica. Il dramma palestinese può essere accantonato; sopravvive solo come rumore di fondo, lontano dagli studi televisivi.
Eppure il dato più inquietante resta la fragilità delle nostre democrazie, che tollerano tutto tranne una verità scomoda: non esiste libertà autentica dove il dissenso viene trattato come una minaccia da reprimere.
La vicenda Albanese lo dimostra con chiarezza: ciò che spaventa davvero non sono i volantini caduti a terra, ma la possibilità che un numero crescente di persone inizi a vedere ciò che per anni è stato nascosto. È questo, più di qualsiasi incursione maldestra, a scuotere i palazzi del potere.

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