La Giornata della Vittoria: quando la memoria divide (a convenienza)

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La Giornata della Vittoria sul nazifascismo, un tempo simbolo di unità, oggi riflette fratture geopolitiche. Tra il 9 maggio russo e l’8 maggio europeo, celebrazioni contrapposte incarnano tensioni globali, dalla Russia all’Ucraina, tra memoria storica e attualità politica.

La Giornata della Vittoria: ognun per se…

La Giornata della Vittoria sul nazifascismo, celebrata l’8 maggio in Europa e il 9 maggio in Russia, segna la resa della Germania nazista nel 1945, ma oggi riflette le profonde divisioni geopolitiche e culturali emerse nel corso degli ultimi decenni.

Nonostante la vittoria comune nella Seconda Guerra Mondiale, oggi le celebrazioni avvengono ‘a pezzi’, come simbolo di un mondo frammentato.

La resa tedesca fu firmata nella tarda sera dell’8 maggio 1945, quando a Mosca, per via del fuso orario, era già il 9 maggio. Questo semplice dettaglio temporale anticipa le attuali rotture politiche: in Occidente si festeggia l’8 maggio come la Giornata della Vittoria in Europa, mentre in Russia e in molti Stati post-sovietici il 9 maggio è il ‘Den’ Pobedy’, simbolo della fine della ‘Grande guerra patriottica‘.

Il prezzo sovietico della vittoria

Prima ancora che la memoria della vittoria venisse frantumata dalle attuali divisioni geopolitiche, esisteva un dato storico difficilmente contestabile: senza l’Unione Sovietica il Terzo Reich non sarebbe stato sconfitto. Fu il fronte orientale il vero epicentro della guerra europea. Secondo le stime ufficiali russe e gli studi dello storico britannico Richard Overy, l’Urss perse circa 27 milioni di persone tra civili e militari; un sacrificio umano senza paragoni nella storia contemporanea.

Oltre il 75% delle perdite militari tedesche avvenne contro l’Armata Rossa. Battaglie come Stalingrado, Kursk e l’assedio di Leningrado spezzarono la macchina bellica nazista molto prima dello sbarco in Normandia del giugno 1944, oggi trasformato dalla narrativa occidentale nel simbolo assoluto della liberazione europea. Hollywood, propaganda atlantista e cultura pop hanno progressivamente riscritto l’immaginario collettivo, sostituendo la memoria storica con una versione geopoliticamente più conveniente del passato.

Il fuso orario della resa: una divisione anticipata

Ma oggi il 9 maggio ha un significato profondamente diverso a seconda della latitudine: in Russia è una celebrazione solenne e nazionalista, occasione per riaffermare la grandezza del Paese e il suo ruolo storico nella sconfitta del nazismo.

A Bruxelles, invece, si celebra la Giornata dell’Europa, commemorando la dichiarazione Schuman del 1950, che gettò le basi della cooperazione europea. Due vittorie, due narrazioni contrapposte: da una parte la memoria eroica della lotta al nazismo, dall’altra il progetto di pace e unità tra i popoli europei.

Nuove alleanze, nuove celebrazioni

Negli ultimi anni la Piazza Rossa ospita leader politici come Xi Jinping, Lukashenko, Lula da Silva, Maduro e Abbas, a conferma di come Mosca abbia cercato e trovato nuovi interlocutori dopo la rottura con l’Occidente. Quest’anno si è scelto ua  celebrazione in tono minore, per ragioni di sicurezza e per il perdurare e inasprirsi  del conflitto in Ucraiana.

Il Cremlino ha dichiarato che i pochi ospiti che verranno hanno deciso di partecipare alla parata “di propria iniziativa”, sostenendo che non è stato inviato alcun invito. L’assistente di Putin, Yuri Ushakov, ha confermato con queste parole la scelta: “Abbiamo scelto volontariamente di non invitare ospiti stranieri alle celebrazioni, a differenza dell’anno scorso”.

Diversamente, in Europa si ribadisce l’importanza dell’unità interna e della difesa dei valori democratici che appaiono sempre più sbiaditi e interpretabili a seconda delle convenienze.

Basti pensare che questa divisione nasce su spinta di Paesi come Stati Uniti e Regno Unito, che nel 2003 invasero l’Iraq adducendo, davanti all’Onu e al mondo intero, la falsa motivazione degli arsenali di armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. L’intervento militare causò, direttamente e indirettamente, la morte di centinaia di migliaia di iracheni (circa 700 mila, secondo la rivista inglese Lancet).

Anche la Francia, nel 2011, prese parte ai bombardamenti in Libia e alla deposizione di Gheddafi, sostenendo la teoria, poi smentita, delle fosse comuni e dei mercenari africani. Ironia della sorte, proprio Nicolas Sarkozy, all’epoca leader francese, rischia oggi una condanna a sette anni di carcere per aver finanziato la campagna elettorale del 2007 con fondi provenienti… da Gheddafi.

La memoria divisa e il futuro della frattura

Oggi quella memoria comune appare definitivamente dissolta. La vittoria contro il nazifascismo, che avrebbe dovuto rappresentare il fondamento morale di un ordine internazionale condiviso, è diventata invece un campo di battaglia simbolico tra blocchi contrapposti.

L’Occidente atlantico tende sempre più a ridimensionare il ruolo sovietico nella liberazione dell’Europa, mentre la Russia utilizza la memoria della “Grande guerra patriottica” come pilastro identitario e strumento di legittimazione geopolitica. In mezzo resta un continente europeo confuso, incapace di elaborare una memoria autonoma e sempre più dipendente dalla narrativa strategica americana.

Così il 9 maggio smette di essere il ricordo della fine della barbarie nazista e diventa il riflesso di un nuovo ordine mondiale frammentato. E mentre le commemorazioni si dividono, le guerre tornano a moltiplicarsi, la corsa agli armamenti accelera e la diplomazia arretra. Forse il vero problema non è chi abbia vinto ottant’anni fa, ma chi stia perdendo oggi il controllo del futuro.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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