La democrazia ridotta a quorum: anatomia di un collasso annunciato

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Affluenza crollata e istituzioni senza legittimità sostanziale: gli italiani non riconoscono più questa politica come strumento di cambiamento. Le elezioni mostrano un sistema imploso, dove il divario tra cittadini e potere è ormai un abisso.

Italia senza voce: il voto fantasma che smaschera la crisi della politica

C’è una verità che la politica italiana finge di non vedere, come un medico che nasconde l’esito dell’elettrocardiogramma per non turbare il paziente. Ma i numeri non hanno sensibilità: in Campania ha votato il 42,17%, in Veneto il 44,6%, in Puglia il 41,8%. Percentuali che, in qualsiasi paese minimamente serio, avvierebbero una riflessione collettiva sulla tenuta stessa del sistema. Da noi, invece, scatenano un festival dell’autoassoluzione, condito da dichiarazioni di vittoria di chi ha convinto più astensionisti fermi sulla soglia che cittadini convinti.

Gli eletti – presidenti e assemblee – tecnicamente siedono dove la legge li colloca. Politicamente, però, camminano su un terreno fragilissimo: quello della legittimità sostanziale. Perché essere formalmente eletti da meno della metà dei cittadini non consente di rappresentare un popolo, ma solo di amministrare il residuo di fiducia che ancora circola nel sistema.

È la differenza tra governare ed essere riconosciuti: la prima, volendo, la si esercita anche a luci spente; la seconda richiede consenso reale, non solo verbali di scrutinio.

Un sistema politico in stato di implosione controllata

Che cosa dicono quegli indici di affluenza? Che la cittadinanza ha ormai ritirato la procura generale con cui, in teoria, delega la politica a esercitare il potere. Non si tratta di un capriccio collettivo, ma di una constatazione: la sfera pubblica è diventata l’arena di consorterie sempre più autoreferenziali, dove la mobilitazione civica è ridotta a un fastidio statistico.

L’Italia non è di fronte all’ennesimo “campanello d’allarme”. Qui non suonano più campanelli: è crollata direttamente la parete. Le elezioni non indicano soltanto una crisi di fiducia, ma una diserzione dal campo della rappresentanza.

Gli elettori hanno espresso un messaggio di rara chiarezza: “Non vi riconosciamo più alcuna capacità di definire ciò che riguarda la nostra vita comune”. È la trasformazione della politica da promessa di cambiamento a rituale amministrativo, una liturgia laica che ormai serve più a rassicurare gli addetti ai lavori che a orientare la società.

La politica è vitale solo quando offre alternative reali, quando propone visioni divergenti della società e strumenti per trasformarla. Oggi, invece, la differenza tra un candidato e l’altro è spesso ridotta a sfumature cromatiche: un liberalismo un po’ più stinto, un progressismo un po’ più patinato, un conservatorismo più compiaciuto del solito. In questo contesto, parlare di scelta è quasi un abuso linguistico.

Il certificato di morte della partecipazione

Molti affermano che la crisi della politica fosse nota da tempo. Certo: nessuno scopre oggi che l’apparato istituzionale procede per inerzia. Ma la novità è che ora c’è un dato oggettivo, un certificato di morte firmato dall’elettorato stesso. Non si tratta di prognosi, ma di referto.

Ciò rende persino grottesca l’evocazione periodica della “democrazia deliberativa”, mantra di una generazione accademica che immagina cittadini pronti a sedersi intorno a tavoli immacolati per discutere con metodo la cosa pubblica. Peccato che gli stessi cittadini abbiano appena segnalato che non c’è più nulla da deliberare: non perché manchino i problemi, ma perché è svanita la credibilità di chi dovrebbe affrontarli.

E nemmeno il populismo, che per un attimo era sembrato capace di restituire impulso alla democrazia, è sopravvissuto alla prova dei fatti. Anch’esso si è piegato alla logica del potere senza popolo, diventando parte dell’ingranaggio che prometteva di scardinare.

Resta un baratro, sempre più ampio, che separa cittadini e istituzioni. Un sistema che continua a funzionare solo perché nessuno ha ancora trovato la forza, o il coraggio, di spegnere la macchina. Ma la politica, quella vera, vive solo quando la società la ritiene utile. E oggi gli italiani hanno preso una posizione inequivocabile: non la ritengono più tale.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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