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Israele ha infranto la tregua con nuovi raid su Gaza: oltre 65 morti, ospedali colpiti e civili in fuga. Mentre Washington minimizza e Tel Aviv impone veti internazionali, la popolazione torna all’inferno della guerra e la diplomazia resta muta.
Israele rompe la tregua: Gaza di nuovo sotto attacco
Il cessate il fuoco è durato poco. Israele ha riaperto il fuoco su Gaza con una serie di raid aerei che hanno devastato la città e lasciato dietro di sé almeno 65 vittime, secondo le fonti ospedaliere locali.
Le esplosioni hanno squarciato il cielo sopra al-Shifa, Khan Younis e Nuseirat: tre nomi che tornano, ciclicamente, nei bollettini di guerra. I jet hanno colpito in rapida successione, mentre i carri armati avanzavano nel centro della Striscia, cancellando con la forza settimane di negoziati e speranze.
Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha ordinato una “risposta massiccia” dopo aver accusato Hamas di simulare le ricerche dei corpi degli ostaggi. Le immagini diffuse da Tel Aviv – un video in cui uomini seppelliscono e poi riesumano un corpo – sono bastate per giustificare la ripresa delle ostilità. Poco importa che il filmato, analizzato dagli Stati Uniti, non mostri alcuna violazione concreta dell’accordo: la decisione era già stata presa.
Nel frattempo, la popolazione civile resta intrappolata in una routine di fame, paura e macerie. A Gaza City si formano file per l’acqua come per il pane, e l’aria sa di polvere e disperazione. La tregua, proclamata come segnale di pace, si è rivelata solo una pausa tecnica nella gestione di un conflitto che non conosce tregua né misura.
Le versioni, i veti e il doppio linguaggio
Mentre gli Stati Uniti minimizzano gli eventi – per il vicepresidente JD Vance si tratterebbe di “piccole schermaglie” – l’esercito israeliano estende il controllo sul 53% della Striscia di Gaza. Secondo media locali, Washington e Tel Aviv discutono già la ridefinizione delle zone “stabilizzate”, dove dovrebbe partire la futura ricostruzione, gestita da milizie filo-israeliane finanziate con fondi occidentali.
Sul fronte diplomatico, ogni tentativo di creare una squadra internazionale per il recupero dei corpi degli ostaggi è stato bloccato da Israele, che ha posto veti su Turchia e Qatar, due dei Paesi mediatori. Un paradosso che mostra l’intenzione di Tel Aviv di mantenere il pieno controllo su tempi, spazi e narrazioni del conflitto.
Intanto, Hamas nega qualsiasi coinvolgimento nell’incidente di Rafah, usato dal governo israeliano come pretesto per riattivare i bombardamenti. Le fazioni armate filoisraeliane, sempre più incontrollabili, alimentano ulteriormente il caos.
La Croce Rossa, pronta a trasferire un cadavere di ostaggio oltre confine, ha dovuto sospendere le operazioni a causa dei raid. La guerra dei corpi – vivi o morti – continua così a essere uno strumento politico e simbolico, dove l’umanità viene sacrificata alla propaganda.
Tel Aviv parla di sicurezza, Washington di stabilità, ma i fatti raccontano altro: Gaza è di nuovo sotto le bombe, la tregua è morta, e la diplomazia internazionale osserva in silenzio, temendo di nominare ciò che è ormai evidente.

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