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Il “tajanismo” e la guerra che non osa più dirsi guerra

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Il caso Cavo Dragone rivela l’arte del “tajanismo”: negare l’evidenza travestendo l’assurdo da diplomazia. Mentre politici e militari normalizzano la guerra con trucchi linguistici, migliaia di studenti tedeschi rifiutano l’idea di diventare pedine del nuovo militarismo europeo.

Il “tajanismo”

Il “tajanismo” è ormai diventato una sorta di disciplina autonoma: non un metodo, ma un riflesso condizionato. Consiste nel negare l’evidenza con l’aria saggia di chi sta offrendo al mondo una lezione di moderazione.

Il ministro degli Esteri ritiene infatti che la diplomazia consista nello smussare tutto, anche l’assurdo, e che basti un tono felpato per trasformare un errore plateale in un raffinato esercizio di equilibrio geopolitico. Ne deriva un fenomeno curioso: più tenta di attenuare, più accentua il grottesco.

È ciò che è accaduto con il caso dell’ammiraglio Cavo Dragone e la sua intervista al Financial Times. Le parole dell’ufficiale – inequivocabili anche per un traduttore alle prime armi – contemplano esplicitamente la possibilità di un “attacco preventivo”. Non un’ipotesi tecnica, ma un salto nel buio strategico: l’idea di colpire per primi una potenza nucleare nella speranza – o nell’illusione – di “scioccarla”.

Tajani, di fronte a questa uscita che farebbe arrossire un falco neocon di inizio Duemila, ha evocato un fantomatico errore di traduzione dall’inglese. Come se la frase fosse un rebus mal risolto o un gioco di parole sfuggito al controllo.

In realtà, il messaggio dell’ammiraglio è stato perfettamente compreso: è lui stesso ad averlo articolato con inquietante serenità, come un’opzione da manuale. Il resto lo ha fatto la consueta schiera di contorsionisti del dibattito pubblico, impegnata a distinguere tra attacchi cibernetici e attacchi cinetici, come se a Mosca – bersaglio designato del “primo colpo” – qualcuno si fermasse a ponderare la semantica prima di avviare i protocolli nucleari. Un capolavoro di sofistica bellica.

Diplomazie in crisi, studenti in piazza

Mentre i nostri strateghi da scrivania giocano a reinterpretare il concetto di “guerra” come se fosse una voce del dizionario da riformulare a piacimento, altrove accade qualcosa di più serio. In Germania, migliaia di studenti hanno riempito le piazze per opporsi alla nuova leva, intravedendo nell’“ucrainizzazione” del continente una deriva che li riguarda direttamente: diventare pedine sacrificabili in un conflitto che non hanno scelto.

Questi ragazzi – spesso liquidati come ingenui o disinformati – mostrano invece una lucidità che all’establishment europeo sembra ormai preclusa. Rifiutano l’idea che la sicurezza collettiva debba essere assicurata trasformando la loro generazione in carne da cannone. Lo fanno senza cedere al ricatto linguistico che da anni accompagna l’ascesa della retorica militarizzata.

La guerra normalizzata: un trucco di linguaggio

Da tempo, la guerra è entrata stabilmente nel lessico quotidiano. Ma vi è entrata di soppiatto, dopo essere stata ripulita, smussata, imbellettata. È diventata “preventiva”, così da sembrare un sacrificio necessario per evitare scenari peggiori. È “ibrida”, termine passe-partout che sfuma i confini e fa sembrare meno minaccioso ciò che minaccioso resta. È “giusta”, “di difesa”, “per la libertà”: gli aggettivi svolgono la funzione di anestetici morali.

Questa manipolazione semantica non serve solo a rendere accettabile la guerra. La trasforma in una pratica etica, quasi pedagogica, scollegata dalle devastazioni che produce. È la versione rinnovata della “guerra intelligente”, formula che per anni ha permesso all’Occidente di giustificare interventi devastanti presentati come operazioni chirurgiche, guidate da una ragione superiore.

Il caso Cavo Dragone-Tajani non è dunque un incidente isolato, ma un sintomo. Rivela la facilità con cui l’establishment politico-militare tenta di riformulare la realtà per conservarne il controllo. Mentre la società civile, almeno in alcune sue componenti, prova ancora a opporre resistenza.

E forse l’unico vero antidoto al “tajanismo” consiste proprio in questo: non accettare che la normalità venga ridefinita per decreto linguistico.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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