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L’attacco Usa contro l’Isis in Nigeria diventa, nel racconto di Trump, una guerra religiosa a uso interno. Dietro la retorica natalizia e filo-evangelica c’è un conflitto sociale complesso e l’ennesima espansione militare americana.
Natale di missili e fede armata: Trump esporta la guerra in Africa
C’è un modo molto americano di augurare buon Natale: accompagnarlo con una salva di missili da crociera e un messaggio intriso di zelo morale. Donald Trump lo ha perfezionato. Annunciando su Truth Social un’operazione militare statunitense contro presunti obiettivi dell’Isis nel nord-ovest della Nigeria, l’ex e attuale inquilino della Casa Bianca ha trasformato un’azione militare complessa in un racconto elementare, buono contro cattivi, cristiani contro terroristi, Dio contro il male. Una sceneggiatura che funziona sempre, soprattutto con l’elettorato evangelico.
Dietro la retorica iperbolica – “attacco potente e letale”, “colpi perfetti”, “inferno per i terroristi” – ci sono però fatti molto più sobri, confermati dal Pentagono e dal governo nigeriano. Gli Stati Uniti, su richiesta di Abuja, hanno colpito due campi di addestramento riconducibili allo Stato Islamico nello Stato di Sokoto, utilizzando missili Tomahawk lanciati dal cacciatorpediniere USS Paul Ignatius, presente da settimane nell’Atlantico centro-orientale. Un’operazione militare mirata, inserita in una cooperazione di sicurezza già esistente. Tutto qui. Il resto è propaganda.
La teologia bellica come strumento politico
Trump, però, non si accontenta della cronaca. Ha bisogno del mito. E così una guerra interna nigeriana, frammentata e multiforme, diventa nel suo racconto una crociata difensiva per salvare i cristiani perseguitati. Una narrazione che ignora volutamente ciò che anche osservatori internazionali e autorità religiose ribadiscono da anni: la violenza in Nigeria non è una guerra di religione, ma un conflitto sociale, economico e territoriale, alimentato da disuguaglianze, collasso statale, traffici illeciti e competizione per le risorse.
Lo ha ricordato anche il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, invitando a non ridurre tutto a uno scontro confessionale. Ma questa lettura non produce consenso elettorale. Al contrario, la rappresentazione di un cristianesimo assediato è diventata un cavallo di battaglia nel discorso conservatore statunitense, utile a giustificare interventi esterni e a rilegittimare una proiezione militare permanente.
Non a caso, il capo del Pentagono Pete Hegseth ha sostenuto l’operazione parlando esplicitamente della necessità di fermare l’uccisione di cristiani innocenti “in Nigeria e altrove”. Un’espressione vaga, che apre la porta a una dottrina dell’intervento morale senza confini chiari. È la geopolitica trasformata in sermone.
Nigeria: una guerra senza nome
I numeri, quelli sì, parlano chiaro. Secondo i dati raccolti da Armed Conflict Location and Event Data, solo nell’ultimo anno oltre 12.000 persone sono state uccise in Nigeria da gruppi armati di varia natura: jihadisti, milizie locali, bande criminali. Cristiani e musulmani, senza distinzione. Il New York Times lo scrive senza enfasi: la Nigeria non è formalmente in guerra, ma registra livelli di violenza superiori a molti Paesi dichiaratamente in conflitto.
L’intervento statunitense si inserisce in una dialettica già tesa tra Washington e Abuja. Trump ha più volte accusato il presidente nigeriano Bola Tinubu di inefficacia nella lotta a Boko Haram e all’Isis, usando il tema dei massacri come leva politica e diplomatica.
Non sorprende, dunque, che l’operazione militare sia stata accompagnata da un linguaggio unilaterale, che ha suscitato critiche anche negli Stati Uniti. Justin Amash, ex deputato repubblicano, ha ricordato che la decisione di impegnare il Paese in conflitti armati spetterebbe al Congresso, non a un presidente in vena di messaggi natalizi bellici.
L’azione in Nigeria non è un episodio isolato. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno già colpito obiettivi in Yemen, Somalia, Siria, Iran e persino nell’area caraibica, ufficialmente contro narcotraffici e terrorismo. Una mappa degli interventi sempre più estesa, che racconta di una potenza incapace di rinunciare alla forza come linguaggio principale, anche quando proclama di voler difendere valori.
Il primo Natale del Trump 2.0 si chiude così: con un tweet armato, una guerra raccontata come missione divina e un’Africa occidentale che diventa l’ennesimo teatro di una politica estera muscolare. La pace, come spesso accade, resta fuori dall’inquadratura.

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