Il grande abominio: Israele legalizza la pena di morte per i palestinesi

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Israele introduce ufficialmente la pena di morte per reati di terrorismo, di fatto rivolta ai palestinesi. Con processi militari sbilanciati e garanzie ridotte, siamo all’abominio giuridico da parte della cosiddetta “unica democrazia del Medio Oriente”.

Israele legalizza la morte “etnica” : la giustizia diventa esecuzione

La Knesset ha approvato in via definitiva una legge che introduce la pena di morte per chi è accusato di terrorismo contro lo Stato di Israele. Il testo, formalmente neutro, evita accuratamente il termine “palestinesi”. Ma è un’omissione puramente cosmetica: il dispositivo giuridico è chiaramente calibrato su quella popolazione e su un contesto – quello dei territori occupati – dove la distinzione tra giustizia e controllo militare è già da tempo evaporata.

La norma, sostenuta con forza dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e approvata con il voto favorevole del governo guidato da Benjamin Netanyahu, stabilisce che la pena capitale diventi l’esito ordinario nei tribunali militari della Cisgiordania. Non un’eccezione, ma la regola. L’ergastolo resta una concessione residuale, da applicare in circostanze non meglio definite.

Il dettaglio procedurale è ancora più rivelatore: non è necessaria l’unanimità del collegio giudicante, ma una semplice maggioranza. Non serve neppure una richiesta formale della procura. L’esecuzione deve avvenire entro novanta giorni dalla sentenza, in condizioni di isolamento pressoché totale: niente visite, contatti limitati con gli avvocati, possibilità di appello drasticamente ridotte. Più che un sistema giudiziario, una catena di montaggio.

Il diritto ridotto a strumento politico

L’intervento di Ben-Gvir in aula, poco prima del voto, ha chiarito senza ambiguità il senso politico della legge. Non un provvedimento tecnico, ma una dichiarazione di forza: chi uccide un israeliano, perderà la vita per mano dello Stato. Una formula semplice, efficace, e profondamente problematica, perché trasforma il diritto penale in un’estensione della vendetta istituzionale.

L’approvazione è stata accompagnata da applausi e celebrazioni, con tanto di brindisi in aula. Un dettaglio che, più di molte analisi, restituisce il clima in cui la norma è stata accolta. Non come una misura estrema da maneggiare con cautela, ma come un successo politico da esibire.

Le reazioni internazionali sono state, come spesso accade, prudenti fino all’irrilevanza. Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno espresso “preoccupazione”, una formula che nel lessico diplomatico contemporaneo equivale a un’alzata di sopracciglio. Nulla che possa incidere realmente sulle scelte del governo israeliano.

Molto più netta la posizione dell’Autorità Palestinese, che ha definito la legge una violazione del diritto internazionale, richiamando la Quarta Convenzione di Ginevra e le garanzie minime di un processo equo. Ma anche in questo caso, la distanza tra denuncia e conseguenze resta abissale.

Una giustizia a senso unico

Il contesto in cui la legge si inserisce è tutt’altro che neutro. Nei tribunali militari israeliani, il tasso di condanna per i palestinesi si aggira intorno al 96%, secondo dati richiamati da organizzazioni come B’Tselem. Un dato che, da solo, basterebbe a sollevare interrogativi sulla qualità del processo.

A questo si aggiungono le denunce di Amnesty International, che da anni segnala pratiche di interrogatorio coercitive, uso di confessioni estorte e condizioni detentive incompatibili con gli standard internazionali. Dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023, le segnalazioni di abusi – torture, privazione di cure mediche, violenze fisiche e sessuali – si sono moltiplicate.

Introdurre la pena di morte non rappresenta un salto qualitativo, ma una continuità coerente con un sistema già fortemente sbilanciato. La differenza è che ora l’esito finale non è più solo la detenzione, ma l’eliminazione fisica sancita per legge.

Israele continua a definirsi “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Ma una democrazia che introduce una sorta di pena di morte etnica in un sistema giudiziario asimmetrico, dunque applicato prevalentemente a una popolazione sotto occupazione, lo è solo nel nome, svuotata nei principi e piegata a una logica di dominio che ne contraddice radicalmente la legittimità. L’orrore è la normalità con cui l’eccezione diventa regola.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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