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Il fervore bellico dei moderati democratici d’Occidente: l’ebbrezza del rischio

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La retorica aggressiva della NATO si combina con la logica paranoica della guerra ibrida, alimentando escalation e restringendo libertà interne. In Europa cresce un controllo strisciante mentre la politica si auto-blinda. Urgenza assoluta: sostituire una classe dirigente ormai tossica.

Occidente sull’orlo di sé stesso: la guerra ibrida come autolesionismo strategico

Tre navi commerciali russe danneggiate in acque internazionali: un dettaglio che una volta avrebbe scatenato allarmi globali, ora liquidato come un banale “incidente di navigazione”. Sullo sfondo di questa apparente indifferenza si inseriscono le considerazioni dell’ammiraglio Cavo Dragone, che con tono da conferenziere annoiato ha spiegato come la NATO stia valutando un approccio più “intraprendente” verso Mosca.
Un eufemismo raffinato per dire che, forse, le mani in tasca è ora di toglierle.

Secondo il vertice militare, l’Alleanza soffrirebbe di una sorta di anemia etica: troppi codici, troppe norme, troppi scrupoli. Loro, i rivali, invece no: “lì si fa sul serio”, e dunque – ci suggerisce l’ammiraglio – l’Occidente dovrebbe riconsiderare la sua timidezza operativa.

L’ossessione del momento si chiama deterrenza, e nel menù compaiono, tra le righe, anche pietanze indigeste come il pre-emptive strike: pratica che evoca immediatamente il fascino discreto delle catastrofi irreversibili.

Tutto ciò avviene mentre il paradigma dominante del conflitto non è più quello delle divisioni corazzate, ma la guerra ibrida: un terreno vischioso dove gli attori perdono contorni e la causalità si sfalda. Una forma di conflitto che prospera sull’ambiguità, e nella quale la paranoia non è una patologia, è un prerequisito.

L’escalation come condizione naturale dell’epoca ibrida

Nella guerra ibrida ogni evento diventa un oracolo da interpretare. Una protesta diventa sovversione pilotata, un virus un’arma, un blackout un diversivo ostile. Mosca considera Maidan un intervento occidentale mascherato; Pechino ha inizialmente letto la pandemia come un’aggressione biologica; l’Occidente attribuisce ogni interferenza digitale all’avversario di turno.

Il risultato è un sistema di specchi deformanti nel quale ciascuno vede nell’altro un’aggressione imminente, e ogni attore reagisce non a ciò che accade, ma a ciò che teme possa accadere. L’escalation non è più un rischio: è la logica stessa del modello.

E mentre gli strateghi parlano di cyber-resilienza con una seriosità quasi mistica, le società civili scoprono che la prima linea del fronte passa attraverso il controllo dell’informazione. Da anni l’Europa vive una compressione strisciante della libertà di parola, confezionata come tutela collettiva. Chi dissente è invitato a “responsabilizzarsi”, formula che tradotta significa: tacete finché siete in tempo.

In questo clima, la retorica bellicosa si combina con un potere politico sempre più sordo alla società. E qui l’ironia diventa necessaria: nessun cittadino italiano sogna di immolarsi per difendere la carrozzeria metallizzata degli eurocrati o il parco auto dei centristi telegenici. Eppure, pur senza entusiasmo patriottico, rischia di ritrovarsi egualmente intrappolato in un sistema che usa la minaccia esterna per irrigidire il controllo interno.

Il vero laboratorio non è il fronte orientale, ma casa nostra: centralizzazione decisionale, ostacoli amministrativi come forma di disciplinamento, frammentazione sociale spinta al parossismo. Una società ridotta a individui stanchi, litigiosi e facilmente dirigibili è il presupposto ideale per qualunque “gestione emergenziale” a tempo indeterminato.

Dunque parlare di sostituzione delle élite politiche non è populismo; è semplice igiene istituzionale. Non si tratta di cercare salvatori illuminati, né di immaginare rivoluzioni romantiche: l’urgenza è più prosaica e più seria. Rimuovere una classe dirigente che negli ultimi anni ha interpretato la democrazia come una formalità da gestire, non come un mandato da rappresentare.

E quindi sì, finché restano loro agli interruttori del potere, ogni incidente internazionale potrà essere trasformato nel pretesto perfetto per restringere ulteriormente diritti, beni, voce pubblica.

La priorità, oggi, è una sola: decostruire questo monopolio dell’autorità prima che diventi definitivo.

 

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