Il falso mito del progresso: l’Europa al capolinea, l’Asia in ascesa

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La crisi delle democrazie europee e statunitensi mostra il vuoto del loro “progresso”, ormai ridotto a ricatto dei mercati. Intanto i paesi asiatici, pur tra contraddizioni, offrono un modello alternativo fondato su crescita e consenso sociale.

L’illusione democratica e la crisi del “progresso”

La parata militare a Pechino in occasione delle celebrazioni per la vittoria nella seconda guerra momdiale, ha riacceso le preoccupazioni di numerosi osservatori filoatlantici.

Sulle prime pagine della stampa dominante si è parlato di “minaccia” per gli Stati Uniti e si sono messi in evidenza i profili autoritari di Xi Jinping e dei leader accanto a lui, come Vladimir Putin e Kim Jong-un. Eppure, se ci si sofferma sulle critiche che vengono mosse, sorge spontanea una domanda: con quale credibilità l’Europa e gli USA possono ergersi a difensori di una democrazia che appare ormai svuotata nei fatti?

I parlamenti occidentali risultano progressivamente privi di reale agibilità politica, mentre i governi devono sottostare ai vincoli delle istituzioni sovranazionali, il cui unico obiettivo è tutelare i mercati e garantire gli interessi delle élite più ricche. La democrazia formale rimane, ma l’essenza del patto sociale si è dissolta.

Da tempo non emerge una proposta concreta di progresso collettivo: nessuna promessa di città più vivibili, maggiore tempo libero, redistribuzione della ricchezza o una crescita culturale e comunitaria.

Il lavoro, un tempo fondamento di dignità personale e di partecipazione, si è trasformato in una condizione servile. La precarietà dilaga, le diseguaglianze tra salari dirigenziali e stipendi dei lavoratori aumentano, generando frustrazione e rabbia sociale. Perfino i principi umanistici che avrebbero dovuto sorreggere la convivenza civile sono stati erosi da uno scientismo tecnocratico che arriva a giustificare derive transumaniste, senza offrire una prospettiva etica condivisa.

In questo contesto, la parola “progresso” ha smarrito il suo significato originario. Oggi diventa un ricatto: chi non accetta le regole imposte dai mercati viene bollato come nemico dell’innovazione e dell’integrazione economica, quando in realtà la collettività è sempre più impoverita.

Dissociazione mediatica e nuovi equilibri globali

Il cuore del problema risiede anche nella rappresentazione dei fatti. La stampa occidentale produce un incessante flusso di narrazioni selettive e manipolate. Gaza è il caso più lampante: la tragedia viene letta e riportata con filtri tali da negare la responsabilità diretta dei governi e degli eserciti che vi operano.

Analogamente, l’Europa si avvia verso un riarmo accelerato giustificato dalla presunta “minaccia russa”, ma si tace sulle azioni belliche condotte da attori che con la Russia non hanno nulla a che vedere: dalla distruzione del gasdotto North Stream II, riconducibile a interventi legati all’Ucraina con l’appoggio statunitense, fino agli attacchi israeliani contro le postazioni Unifil in Libano, spesso sotto comando italiano e francese.

Il meccanismo è chiaro: l’opinione pubblica viene indirizzata verso un nemico prestabilito, senza che vengano ammessi dubbi o discussioni sul reale equilibrio geopolitico. È questa dissociazione tra realtà e narrazione che segna la crisi culturale del mondo euroamericano.

Al contrario, nei paesi del cosiddetto nuovo blocco asiatico — dalla Cina alla Russia, fino all’India — la legittimazione politica non dipende soltanto dalla forza repressiva. Piaccia o no, il consenso si fonda anche su un miglioramento tangibile della qualità della vita.

Mentre in Europa e negli Stati Uniti il benessere sociale arretra, con una crescente sensazione di impotenza, in Asia la traiettoria è opposta: investimenti in infrastrutture, sviluppo tecnologico mirato, riduzione della povertà e rafforzamento dei servizi hanno garantito una prospettiva di crescita.

Ciò non significa che questi paesi siano privi di contraddizioni interne o di forme autoritarie di governo, ma evidenzia un dato cruciale: il vecchio paradigma occidentale non è più il solo a dettare le regole. Il concetto di progresso non è universale; può assumere significati diversi in base ai contesti storici, culturali e politici. Ed è proprio questa pluralità a incrinare l’idea di superiorità che l’Europa e gli Stati Uniti hanno imposto per decenni.

Se oggi molti governi non intendono più accettare la “gabbia” costruita per assicurare il benessere occidentale, è perché vedono alternative credibili. Non si tratta di un semplice spostamento di potere geopolitico, ma di un ribaltamento culturale: l’idea stessa di progresso si è emancipata dal monopolio euroamericano e cerca nuove strade, più aderenti ai bisogni collettivi e meno piegate ai dogmi del mercato.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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