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Chi ostacola la pace in Ucraina alimenta un conflitto senza sbocco, sostenendo una logica di paura permanente che giustifica l’economia di guerra. La scelta non è tra valori e Putin, ma tra chi accetta di sacrificare vite umane e chi considera la pace un dovere.
Il vero prezzo della guerra: paura, propaganda e sacrificio umano
Coloro che ostacolano ogni prospettiva di pace in Ucraina si assumono la responsabilità delle ulteriori tragedie che ne deriveranno. È chiaro da tempo che misure di escalation non servono a determinare una vittoria, ma soltanto a prolungare e intensificare il conflitto.
Qualcuno ricorderà il giornalista Fubini, che in un tono quasi dannunziano, scriveva sulle colonne del Corriere della Sera: “Dobbiamo far sì che l’avventura in Ucraina di Putin vada sempre peggio e sia sempre più sanguinosa“.
E dunque sabotare le trattative in corso tra Mosca e Washington, rilanciare la guerra “fino all’ultimo ucraino” . Ne conseguirebbe l’accelerazione e l’intensificazione delle operazioni militari.
Sorge dunque una domanda inevitabile: perché alimentare deliberatamente un bagno di sangue?
La risposta risiede nell’esigenza – coltivata dai vertici di Bruxelles – di creare e mantenere uno stato di paura permanente. La minaccia, spesso agitata come un fantasma alla maniera del Deserto dei Tartari di Buzzati, di una possibile invasione russa diventa così lo strumento con cui legittimare un’economia di guerra, ormai divenuta l’unico argine al declino dell’egemonia delle élite. In questa logica cinica, migliaia di morti vengono considerati un prezzo accettabile.
Eppure evitare nuove stragi e impedire l’allargamento del conflitto sarebbe possibile. La soluzione, inevitabilmente complessa, passa da un equilibrio che garantisca sicurezza alla Russia e, al contempo, sovranità e libertà all’Ucraina.
Il discrimine non è tra sostenitori di Putin e difensori dei valori occidentali. Il vero spartiacque è tra chi è disposto a sacrificare un numero indefinito di vite umane e chi non accetta tale prezzo.
Esiste una differenza sostanziale tra chi invoca valori astratti al punto da volerli “ravvivare” con il sangue e chi, al contrario, attribuisce alla vita umana un valore assoluto.
A questo proposito, una domanda dovrebbe essere ineludibile per i cosiddetti “pacifisti per la guerra”: quante vite umane occorre ancora sacrificare perché possano dirsi soddisfatti?
Essi rappresentano infatti la versione contemporanea di coloro che, nel 1914, invocavano il conflitto in nome di valori supremi.
Nella storia non sono mai mancati ideali, più o meno nobili, utilizzati per condurre al massacro intere generazioni. Cambiano le etichette, non la funzione: celare un impulso distruttivo.
Se oggi Dio, patria e famiglia non sono più in voga, emergono allora nuove divinità laiche – democrazia globale, diritti umani, utilitarismo benthamiano – chiamate a legittimare ciò che, in ultima istanza, resta un’identica logica di sacrificio umano.

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