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Rutte evoca una “grande guerra” e l’Europa applaude distratta, mentre l’Italia scivola nel riarmo permanente. La democrazia liberale si riduce a estetica tecnocratica e paternalismo elitario, chiedendo a generazioni smarrite di sacrificarsi per valori svuotati di senso.
L’euforia bellica di Rutte e la democrazia in versione premium
Quando il segretario generale della NATO, Mark Rutte, annuncia senza tremare che l’Europa deve prepararsi a una guerra “pari a quelle dei nostri nonni”, non sta evocando un paragone storico: sta costruendo una narrazione d’emergenza permanente. Un tempo simili dichiarazioni avrebbero generato mobilitazioni di massa, scioperi studenteschi, piazze impossibili da contenere. Oggi, a malapena ci strappano un’alzata di sopracciglio. L’assuefazione al disastro è diventata norma, un dispositivo psicologico ben oliato.
In Italia la metamorfosi è ancora più evidente. Nel giro di pochi anni il Paese si è ritrovato a finanziare l’industria militare come fosse una nuova panacea economica. Ogni miliardo investito nel riarmo è accompagnato da una liturgia di indicatori economici in rialzo, celebrati come se fossero una benedizione divina. Il fatto che questo vortice di spesa stia prosciugando la qualità della vita, invece, resta un dettaglio collaterale.
L’inflazione erode i salari, le imprese arrancano, i servizi pubblici implodono: ma l’unica filiera protetta e sacralizzata è quella che produce armamenti. E un arsenale pieno – si sa – prima o poi va svuotato.
La democrazia, un reality show normativo
I nuovi profeti del fronte occidentale ripetono con disciplina che l’unico modo per contrastare i “tiranni” è difendere la democrazia liberale. Un concetto così inflazionato da sembrare un brand: la democrazia™, completa di packaging tecnocratico e manuale operativo europeo.
Nel frattempo, la “democrazia reale” dei progressisti si è ridotta a un involucro dall’estetica impeccabile e dalla sostanza evanescente: astensionismo record, spoliticizzazione endemica, tecnocrazie che amministrano come algoritmi dotati di portavoce.
Gli stessi che ora predicano crociate morali contro Trump e Putin hanno guidato anni di privatizzazioni strutturali, precarizzazione del lavoro, desertificazione culturale. Hanno promosso la trasformazione del cittadino in consumatore profilato e, come corollario, la riduzione del conflitto sociale a una serie di diatribe orizzontali e performative.
La politica è migrata verso l’alto: enti sovranazionali, agenzie finanziarie, governi “neutrali” che parlano un linguaggio amministrativo impenetrabile, come se governare significasse manutenere una macchina piuttosto che decidere un destino comune.
Nel frattempo si è costruito un immaginario in cui il popolo è percepito come una massa rumorosa, culturalmente sospetta, antropologicamente inadeguata. Il ceto medio cognitivo si è autoproclamato unico depositario di opinioni legittime, mentre gli altri – i “non conformi” – vengono trattati con un paternalismo sprezzante.
È così che matura la nuova retorica bellicista: una chiamata alle armi rivolta a individui che la stessa élite descrive come infantilizzati, narcisisti, dipendenti da stimoli digitali, economicamente fragili e psicologicamente esposti. Una generazione che si vorrebbe pronta a morire per valori che nessuno ricorda più di aver discusso democraticamente.
Emergenza permanente
L’aspetto più sconcertante, tuttavia, è la tranquillità con cui simili colpi di teatro bellici vengono accolti. Le parole di Rutte non sono un avvertimento: sono un programma. E un programma di questo tipo non prevede ritorni indietro. Eppure una parte consistente dell’elettorato progressista sembra considerarlo un pedaggio accettabile pur di non trovarsi, dio non voglia, allineata a qualsiasi posizione espressa da Trump o da Putin.
L’adesione ideologica diventa così un salvacondotto mentale, la scorciatoia che permette di non interrogarsi sulle conseguenze materiali di un’economia militarizzata e di una politica estera istericamente muscolare.
E mentre l’industria dello svago produce una quantità industriale di contenuti anestetici, l’opinione pubblica si rifugia nella normalità residua, evitando il confronto con ciò che sta maturando a pochi centimetri dalla superficie: una mobilitazione potenziale di milioni di persone che nessuno ha mai preparato, né culturalmente né socialmente, a comprendere il prezzo reale della guerra.

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