www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Lo Stretto di Hormuz è paralizzato tra minacce iraniane e preparativi militari del Golfo: gli Emirati spingono per un intervento armato terrestre insieme agli USA, mentre Teheran intensifica gli attacchi su infrastrutture e traffici. Una crisi regionale che sta per travolgere l’economia globale.
Hormuz, il mondo appeso a uno stretto
Lo Stretto di Hormuz – ormai è chiaro a tutti – non è solo un passaggio marittimo: è il rubinetto energetico del pianeta, e quando qualcuno lo chiude, anche solo parzialmente, il mondo trattiene il fiato.
Dopo l’attacco israelo-americano contro Iran, la risposta di Teheran è stata tanto prevedibile quanto destabilizzante: missili, droni e, soprattutto, la leva più potente a disposizione, cioè la pressione sul traffico nello stretto da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Non serve bloccarlo completamente: basta renderlo incerto per generare panico nei mercati. E infatti il panico c’è. Ma la vera notizia è un’altra: qualcuno, nel Golfo, ha deciso che la fase difensiva è finita.
Dalla difesa alla controffensiva: il Golfo cambia postura
Gli Emirati Arabi Uniti, finora prudenti, stanno valutando un salto di qualità: partecipare attivamente a una coalizione per riaprire con la forza lo stretto. Non più scudi antimissile e sistemi radar. Ma operazioni militari vere e proprie.
Secondo indiscrezioni rilanciate da fonti diplomatiche, Abu Dhabi starebbe sollecitando una coalizione ampia – con Stati Uniti, Europa e partner asiatici – per garantire la sicurezza del traffico marittimo. Tradotto: rompere il blocco iraniano anche senza il via libera dell’ONU.
Non è un dettaglio tecnico. È una linea rossa. Perché significa trasformare una crisi regionale in un conflitto aperto tra Stati. Gli Emirati dispongono di infrastrutture strategiche rilevanti: basi militari, il porto in acque profonde di Jebel Ali e una collocazione geografica prossima all’ingresso dello Stretto. Un assetto che li rende un possibile hub operativo per eventuali missioni a guida statunitense, sia per il controllo di posizioni chiave sia per la protezione del traffico commerciale nel passaggio marittimo.
Gli Emirati non sono soli. Arabia Saudita e Bahrein stanno muovendosi sul piano diplomatico e militare, cercando di costruire un fronte comune. Il Bahrein, sede della Quinta Flotta statunitense, spinge per una risoluzione ONU. Ma la possibilità di un veto da parte di Russia e Cina rende questa strada fragile, se non illusoria. E allora resta l’alternativa che nessuno dice apertamente, ma che tutti considerano: agire comunque.
La risposta iraniana: escalation controllata (forse)
Teheran non ha aspettato. Ha già alzato il livello dello scontro. Negli ultimi giorni gli attacchi contro gli Emirati si sono intensificati: decine tra missili balistici, da crociera e droni lanciati in poche ore. Un segnale chiaro: ogni tentativo di forzare lo stretto avrà un costo diretto.
L’Iran ha inoltre esplicitato la propria dottrina: colpire le infrastrutture critiche degli Stati del Golfo che partecipassero a operazioni militari. Aeroporti, porti, reti energetiche. Non obiettivi simbolici, ma nodi vitali dell’economia.
E qui entra in gioco un elemento spesso sottovalutato: la vulnerabilità strutturale delle economie del Golfo. Paesi come gli Emirati hanno costruito la propria forza sull’immagine di stabilità. Hub finanziari, turistici, logistici. Una narrativa che la guerra sta incrinando rapidamente.
Gli effetti si vedono già. Il traffico aereo in calo, il turismo in contrazione, il mercato immobiliare sotto pressione. Settori chiave che iniziano a scricchiolare.
L’instabilità sta già incidendo sulla fiducia degli investitori. E la fiducia, in questi contesti, è tutto. Senza di essa, il modello economico degli Emirati – basato su attrazione di capitali e servizi avanzati – perde consistenza. Ma il problema non si ferma qui. Il Golfo è un nodo centrale delle catene energetiche globali. Qualsiasi interruzione, anche parziale, si traduce in aumento dei prezzi, volatilità dei mercati e tensioni sulle economie importatrici. In altre parole: non è una guerra locale. È una crisi sistemica.
Guerra o equilibrio armato?
A questo punto, il bivio è evidente. Da un lato, una coalizione pronta a usare la forza per garantire la libertà di navigazione. Non è sfuggito agli osservatori che poche ore fa un sottomarino nucleare statunitense della classe Ohio è stato avvistato mentre attraversava lo Stretto di Gibilterra, diretto verso il Mediterraneo e, con ogni probabilità, verso lo scenario mediorientale.
Non si tratta di un’unità qualsiasi: questi sottomarini possono trasportare fino a 154 missili da crociera Tomahawk e sono dotati di sistemi avanzati per operazioni speciali, inclusa l’infiltrazione di forze d’élite.
Un movimento che, al di là delle versioni ufficiali, segnala un ulteriore innalzamento del livello di preparazione militare nell’area e lascia intravedere scenari di possibile escalation, anche sul piano terrestre.
Dall’altro versante, c’è un Iran determinato a difendere la propria posizione anche a costo di destabilizzare l’intera regione. L’esercito iraniano ha promesso attacchi “devastanti” contro Stati Uniti e Israele dopo le nuove minacce di Trump, che nel suo discorso alla nazione ha detto che riporterà Teheran all’età della pietra. “Non sapete nulla delle vaste e strategiche capacità della Repubblica islamica e dovrete pagare il prezzo dell’aggressione che avete scatenato”, ha affermato il portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran, Ibrahim Zolfaghari. “Questa guerra continuerà fino alla vostra definitiva e permanente umiliazione, al vostro pentimento e alla vostra resa – ha assicurato -. Nel prosieguo dei colpi forti e inimmaginabili che avete ricevuto finora, aspettatevi azioni ancora più devastanti, ampie e distruttive da parte nostra”.
L’ipotesi di un accordo diplomatico sullo sfono, al di là della retorica dei muscoli, esiste, ma appare fragile. Troppi interessi, troppe diffidenze, troppa sfiducia accumulata. E soprattutto una consapevolezza diffusa: qualsiasi compromesso rischia di essere temporaneo.
Per molti attori regionali, la vera soluzione non è contenere l’Iran, ma ridurne definitivamente la capacità di influenza. Un obiettivo che, se perseguito, implica una guerra lunga e costosa. Nel frattempo, il resto del mondo osserva. E paga.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- L’Occidente e il martirio incomprensibile del nemico
- Che vi piaccia o meno, quella dell’Iran è una guerra anticoloniale
- Nigeria, tra guerra e fintech: il Paese dove jihadisti e startup convivono
- Un Paese senza passato: come l’Italia ha smesso di capire se stessa
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













