Gerusalemme Est, il laboratorio urbano dello sradicamento dei palestinesi

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A Silwan, a Gerusalemme Est, sfratti, demolizioni e leggi selettive ridisegnano la città: centinaia di palestinesi già espulsi, migliaia a rischio. Archeologia e diritto diventano strumenti politici. Non è emergenza: è strategia.

Silwan, il laboratorio urbano dello sradicamento

A pochi metri dalle mura della Città Vecchia di Gerusalemme, nel quartiere di Silwan, si sta consumando un processo che ha poco a che fare con la retorica della “sicurezza” e molto con una riorganizzazione demografica pianificata. Circa 20.000 palestinesi vivono in quest’area strategica, incastonata tra la Spianata delle Moschee e il cosiddetto Monte del Tempio: un punto geografico che, nella grammatica del potere, diventa inevitabilmente terreno di ingegneria politica.

Negli ultimi anni, Silwan è stata trasformata in un laboratorio: leggi selettive, pianificazione urbanistica assente o restrittiva, dichiarazioni di aree “nazionali” o archeologiche. Strumenti apparentemente neutri che, combinati, producono un risultato estremamente concreto: espulsione progressiva della popolazione palestinese e sostituzione con insediamenti e infrastrutture legate a organizzazioni di coloni. Il dato più eloquente è numerico: centinaia di persone già sfrattate, migliaia a rischio imminente. Non è una crisi episodica, ma una traiettoria.

La macchina legale: quando il diritto diventa dispositivo di espulsione

Il cuore del meccanismo non è la violenza spettacolare, ma quella amministrativa. A Baten al-Hawa, uno dei quartieri più colpiti, decine di famiglie sono state espulse dal 2015 al 2026, mentre oltre duecento persone – in gran parte bambini – attendono lo stesso destino. Le sentenze dei tribunali israeliani hanno sistematicamente respinto i ricorsi, pur riconoscendo in alcuni casi la legittimità degli acquisti effettuati dai residenti palestinesi.

Il paradosso giuridico è noto: leggi come l’Absentee Property Law del 1950 e la Legal and Administrative Matters Law del 1970 consentono a soggetti ebraici di rivendicare proprietà precedenti al 1948, mentre lo stesso diritto non è riconosciuto ai palestinesi espulsi durante la Nakba. Non si tratta di un vuoto normativo, ma di un’asimmetria strutturale.

A ciò si aggiunge il ruolo del Guardian General, che trasferisce beni a trust gestiti da organizzazioni come Ateret Cohanim. Un passaggio tecnico che diventa decisivo: da quel momento, l’espulsione assume una veste formalmente legale.

Nel frattempo, la pressione quotidiana completa il quadro: presenza costante di forze di sicurezza, arresti, intimidazioni, servizi pubblici carenti. Un ambiente progettato per rendere la permanenza sempre più difficile, fino a trasformare la partenza in una scelta “volontaria”.

Archeologia, turismo e geopolitica: la narrazione come strumento

Se il diritto costruisce il quadro formale, la narrazione culturale ne fornisce la legittimazione. A Silwan, il progetto più emblematico è quello della “Città di Davide”, sito archeologico gestito dall’organizzazione Elad. Qui, la valorizzazione storica si intreccia con un obiettivo politico preciso: consolidare una continuità territoriale ebraica attorno alla Città Vecchia.

Nel vicino quartiere di al-Bustan, il piano per la creazione del “King’s Garden” – proposto già nel 2010 – prevede la demolizione di centinaia di abitazioni palestinesi. Tra il 2023 e il 2026, decine di case sono già state abbattute. Le giustificazioni ufficiali parlano di irregolarità edilizie o di necessità urbanistiche; nella pratica, si tratta di una ristrutturazione selettiva dello spazio urbano.

Il risultato è una geografia duale: da un lato enclave di coloni con infrastrutture moderne, sicurezza privata e servizi efficienti; dall’altro quartieri palestinesi segnati da abbandono amministrativo, strade dissestate e carenze croniche. Una segregazione che non necessita di dichiarazioni ideologiche esplicite: è incorporata nelle politiche quotidiane.

Silwan rientra in quello che viene definito “Holy Basin”, un’area che comprende luoghi simbolicamente centrali e che, proprio per questo, è oggetto di una competizione politica permanente. Qui, urbanistica, archeologia e sicurezza si fondono in un’unica strategia.

Il punto, però, non è solo locale. Ciò che accade a Silwan rappresenta un modello replicabile: uso combinato di strumenti legali, economici e culturali per ridefinire la composizione di un territorio senza ricorrere apertamente alla forza militare.

La questione non è più se queste politiche esistano, ma quanto siano normalizzate nel discorso internazionale. Perché, mentre le famiglie vengono sfrattate e le case demolite, il linguaggio dominante continua a oscillare tra “controversia” e “sicurezza”, evitando accuratamente termini come trasferimento forzato o ingegneria demografica. Silwan non è un’eccezione ma un metodo.

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