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Oltre 71mila morti a Gaza, cifra ora ammessa anche dall’esercito israeliano. Giornalisti e medici colpiti in modo sistematico, ONG bloccate, cure ridotte. La guerra non distrugge soltanto: amministra la sofferenza.
Gaza, la contabilità del massacro
Per due anni l’Occidente ha recitato lo stesso copione: mettere in dubbio i numeri, insinuare il sospetto, trasformare ogni cadavere in una variabile politica. A Gaza la morte è stata trattata come un’opinione. Oggi, però, anche l’esercito israeliano è costretto ad ammetterlo: la cifra diffusa dal ministero della Sanità palestinese è corretta. Oltre 71mila morti dal 7 ottobre 2023. E non è un dato definitivo: cresce, si aggiorna, si gonfia come una ferita mai suturata.
Il paradosso è che la “verità” arriva sempre con ritardo e con uno sconto morale. Perché nel frattempo sono rimasti fuori dal conteggio i dispersi sepolti sotto le macerie, almeno diecimila secondo le stime, e le vittime indirette: chi muore di fame, di freddo, per infezioni non curate, per mancanza di farmaci. Non esistono statistiche affidabili sui palestinesi catturati e scomparsi nel sistema carcerario israeliano. Semplicemente, non contano.
Eppure, per mesi, il mantra è stato sempre lo stesso: “dice Hamas”. Come se la provenienza del dato fosse sufficiente a delegittimare il suo contenuto. Poco importa che, in ogni precedente offensiva, quei numeri si siano rivelati accurati. Poco importa che le strutture sanitarie abbiano continuato a registrare morti anche mentre venivano bombardate. Il sospetto, in Occidente, è diventato una forma di assoluzione preventiva.
Corpi senza nome e testimoni sotto tiro
I cadaveri tornano a casa in sacchi neri, irriconoscibili, senza identità. Il cimitero di al-Batsh è stato profanato durante le ricerche di un soldato israeliano. Nemmeno la morte è uguale per tutti. Dal 10 ottobre, nonostante la parola “tregua” venga pronunciata con una leggerezza quasi ironica, centinaia di palestinesi sono stati uccisi. Intanto il valico di Rafah resta una promessa che slitta di settimana in settimana, mentre il primo ministro israeliano continua i suoi viaggi diplomatici, accolto come un interlocutore qualunque.
Ma c’è un dato che inchioda ogni retorica: giornalisti e operatori sanitari, categorie protette dal diritto internazionale, sono tra i più colpiti. Una ricerca pubblicata sull’European Journal of Public Health ha dimostrato che, nei primi mesi dell’offensiva, i reporter avevano un rischio di morte fino a dodici volte superiore rispetto alla popolazione generale; dopo sei mesi, oltre il doppio. Per i sanitari, il rischio arriva a essere sei volte maggiore.
Non si tratta di fatalità. Oltre metà dei giornalisti è stata colpita in casa o in ospedale. I medici non muoiono perché “esposti”: muoiono perché curano. E colpire chi cura e chi racconta significa colpire l’intera popolazione, spezzando le reti di sopravvivenza.
La guerra amministrata
Come se non bastasse, dal primo gennaio le autorità israeliane hanno revocato le licenze a 37 organizzazioni umanitarie attive a Gaza. Il risultato è immediato: meno farmaci, meno personale, meno cure. Ospedali sovraccarichi, infezioni fuori controllo, fame e sfollamento. Le ONG non possono importare materiali, i trasporti sono ridotti per mancanza di carburante, i pazienti diminuiscono perché non riescono nemmeno a raggiungere le strutture.
Le Nazioni Unite parlano di violazioni sistematiche del diritto umanitario: restrizioni che trasformano obblighi legali in concessioni arbitrarie. Dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari, 256 giornalisti, più di 140 soccorritori. La neutralità, principio fondante dell’azione umanitaria, viene trattata come un fastidio.
Il risultato è una burocrazia della sofferenza, dove ogni modulo respinto equivale a una ferita non curata. E mentre la comunità internazionale discute, Gaza scivola verso una carestia annunciata. Forse, un giorno, qualcuno dirà che non sapeva. Ma intanto i numeri sono lì. E non chiedono più di essere creduti: pretendono di essere guardati.

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