Gaza City cancellata: la fase finale della pulizia etnica israeliana

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Israele avvia la “fase finale” a Gaza City: demolizioni, carestia e sfollamenti di massa per spopolare la città. ONU denuncia crimini di guerra, ma USA ed Europa restano inerti. La crisi umanitaria raggiunge livelli catastrofici, preludio a un nuovo esodo palestinese.

Israele avvia la demolizione di Gaza City: verso la “fase finale” della guerra

La nuova offensiva israeliana su Gaza City segna un passaggio decisivo in quella che molti analisti definiscono la “fase finale” del piano di pulizia etnica nella Striscia. L’operazione, approvata dal governo Netanyahu e sostenuta tacitamente da Washington, punta a svuotare l’area settentrionale di Gaza e a trasformarla in territorio sotto controllo israeliano.

Le conseguenze umanitarie rischiano di essere catastrofiche: centinaia di migliaia di civili, già stremati da due anni di bombardamenti, fame e sfollamenti, si trovano di fronte all’ennesimo ordine di evacuazione.

La cancellazione di Gaza City

L’8 agosto il governo israeliano ha dato via libera alla seconda fase dell’operazione “Carri di Gedeone”. L’esercito ha ordinato agli abitanti di Gaza City di abbandonare la città entro il 7 ottobre 2025, data simbolica che coincide con il secondo anniversario dell’attacco di Hamas. Nel frattempo, i quartieri di Zeitoun, Shujaiya e Sabra sono già sotto il fuoco dell’artiglieria e dei bombardamenti aerei, mentre droni armati e veicoli carichi di esplosivi vengono utilizzati per devastare interi isolati.

Secondo l’ONU, circa un milione di palestinesi vive ancora nella zona occidentale di Gaza City, molti dei quali sfollati da Jabalia, Beit Lahia e Beit Hanoun, già completamente distrutti. Le operazioni di evacuazione sono rese ancor più drammatiche dalla presenza di ospedali e strutture sanitarie che non possono essere trasferite: la metà dei posti letto rischia di andare perduta, aggravando la già disastrosa situazione medica della Striscia.

Il piano israeliano non si limita a un controllo militare temporaneo: fonti vicine al movimento dei coloni parlano apertamente della possibilità di edificare nuovi insediamenti sulle rovine di Gaza City. Si tratterebbe, secondo il quotidiano economico TheMarker, del “più grande progetto ingegneristico mai intrapreso in Israele”, un processo che vede la collaborazione fra ministeri e imprese private specializzate in demolizioni e costruzioni.

Un nuovo esodo e la carestia pianificata

Gli sfollati di Gaza City vengono spinti verso sud, in aree già devastate dai bombardamenti e sovraffollate da milioni di rifugiati interni. Molti non hanno la forza fisica per affrontare le marce forzate a piedi, e si ammassano lungo la costa, trasformata in un interminabile accampamento di tende. L’Egitto, timoroso di un’espulsione di massa verso il Sinai, ha rafforzato la presenza militare al confine, schierando 40.000 soldati.

Sul piano umanitario, la crisi ha raggiunto livelli senza precedenti. Il 22 agosto, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha dichiarato ufficialmente che nel nord della Striscia è in corso una carestia di livello 5, la più grave esistente. Oltre 600.000 persone sono già a rischio morte per fame, mentre un milione si trova in fase emergenziale. Israele ha bloccato l’87% dei camion di aiuti, fatto chiudere le panetterie e reso impossibile l’ingresso di beni di prima necessità. Si tratta della prima carestia riconosciuta dall’IPC al di fuori dell’Africa dal 2004.

Nonostante questi dati, il governo Netanyahu ha negato la responsabilità, descrivendo l’operazione come una semplice “assunzione di controllo” territoriale. Ma il trasferimento forzato di civili e l’impedimento sistematico degli aiuti configurano, secondo esperti e organizzazioni internazionali, crimini di guerra. Le organizzazioni umanitarie avvertono che i campi di accoglienza promessi dal governo equivalgono a veri e propri campi di concentramento.

Strategia di conflitto perpetuo

Il richiamo di 60.000 riservisti e il proseguimento delle operazioni militari dimostrano che il governo Netanyahu punta a una guerra di lungo periodo. Nonostante le tensioni interne, con parte dei vertici militari preoccupati per il logoramento delle truppe, la coalizione al potere – la più radicale della storia di Israele – sembra determinata a perseguire una politica di conflitto permanente. Gli alleati di governo, Smotrich e Ben Gvir, invocano apertamente l’espulsione della popolazione palestinese e la ricolonizzazione della Striscia.

L’appoggio incondizionato dell’amministrazione Trump è decisivo. Gli Stati Uniti non solo hanno continuato ad armare Israele, ma hanno difeso politicamente l’offensiva, accusando l’ONU e l’IPC di diffondere una “falsa narrativa” sulla carestia.

La cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation, creata da Tel Aviv con il sostegno di Washington, è stata denunciata per aver contribuito indirettamente a nuove stragi durante la distribuzione degli aiuti.

Il progetto di distruzione di Gaza City, con il suo carico di morte, deportazioni e carestia, non è un episodio isolato. È parte di una strategia più ampia che si estende alla Cisgiordania, dove il piano di insediamenti E1 rischia di cancellare definitivamente la prospettiva di uno Stato palestinese.

In assenza di una reale pressione internazionale, la guerra rischia di trasformarsi in un conflitto senza fine, destinato a logorare tanto la società palestinese quanto quella israeliana, e a segnare irreversibilmente l’immagine morale dell’Occidente.

 

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