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L’UE continua a seguire Washington senza obiezioni: accetta riarmo e dazi, si allinea agli interessi del capitale USA e partecipa al declino americano caricandone i costi. Un sistema tecnocratico che trasforma la dipendenza in strategia e la guerra in destino.
La nuova politica estera europea: una proiezione della politica interna USA
– Alexandro Sabetti e Ferdinando Pastore
Il paradosso è evidente: mentre i commissari parlano di “Europa potenza”, Bruxelles si comporta come una struttura di lobbying esterna alla politica americana. Si schiera, interviene, prende posizione — non per difendere un interesse comune europeo, ma per allinearsi alla parte del capitale statunitense che considera indispensabile preservare. Non è diplomazia, è intermediazione.
Di fatto, l’UE partecipa alla dinamica politica interna degli Stati Uniti più di quanto sia in grado di intervenire sulle proprie lacerazioni interne. Difende le filiere economiche che gravitano attorno alla galassia democratica, flirta con il militarismo presentato come “necessario”, si adegua a un ordine globale che non governa. E tutto ciò mentre l’egemonia americana mostra traballamenti sempre più visibili.
L’Europa, quindi, non solo accetta di farsi trascinare nel declino dell’Impero, ma contribuisce perfino alla gestione dei suoi costi più pesanti: inflazione indotta dalle scelte energetiche, corsa al riarmo, destabilizzazione delle catene industriali.
Il tutto mentre rivendica, con toni solenni, un protagonismo che non possiede. Sembra una pièce tragicomica: la scena mostra un continente che pretende di guidare il futuro, ma dietro le quinte segue diligentemente i copioni scritti altrove.
L’impianto comunitario come dispositivo di autoconservazione
Questo meccanismo rivela la vera natura del progetto comunitario contemporaneo. Non una costruzione democratica avanzata, non un laboratorio politico innovativo: un sistema tecnocratico che, per proteggere la propria sopravvivenza, trasforma il riarmo in destino e la guerra in infrastruttura politica.
Non è soltanto un impulso bellicista, è una deriva culturale profondamente radicata nell’ottusità del management europeo, convinto che la stabilità si mantenga irrigidendo ogni possibile alternativa.
L’UE appare così come un organismo che reagisce a ogni crisi non con analisi, ma con automatismi: più spese militari, più vincoli, più deleghe a Washington. Un comportamento che, a ben vedere, non risponde al cinismo calcolato dei grandi strateghi, bensì all’inerzia di un apparato che ha smarrito perfino la capacità di immaginare un ordine internazionale diverso. Non è soltanto nichilismo: è un ebetismo strutturale, una confusione elevata a metodo.
E così, mentre i cittadini europei affrontano costi crescenti e una tensione geopolitica che non hanno mai richiesto, la classe dirigente europea si rifugia nella retorica del “momento storico”, fingendo di guidare un processo che, in realtà, subisce.
L’Europa non sta diventando un attore globale: sta diventando una funzione accessoria del sistema politico e industriale statunitense. E lo fa con entusiasmo, quasi con sollievo.

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