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Cinque feriti a un checkpoint di Hebron e due assalitori uccisi: Netanyahu prepara la chiusura totale della Cisgiordania a quattro giorni dal voto. Un sistema di 925 ostacoli per 3,4 milioni di palestinesi: punizione collettiva con calendario elettorale. Cambia il tono, non il territorio.
Il blocco della Cisgiordania: la punizione collettiva ha un calendario elettorale
Venti minuti di sparatoria a un posto di blocco vicino a Hebron, cinque feriti e due assalitori uccisi: è bastato questo, venerdì mattina, perché Benjamin Netanyahu ordinasse di prepararsi alla «chiusura totale» della Cisgiordania, a quattro giorni dalle elezioni israeliane.
Gli assalitori erano due cugini e due dei cinque feriti sono gravi; secondo l’esercito erano armati di un fucile M16 e di una pistola. Netanyahu ha disposto un cordone immediato attorno a Hebron e l’ordine di prepararsi a un blocco totale, sostenendo che sia stato evitato un attacco su larga scala, e ha cancellato gli impegni elettorali della mattina. L’esercito ha chiuso Hebron e diversi villaggi vicini e ha avviato operazioni nell’area, ma non ha precisato quanto durerà la chiusura né se riguarderà davvero tutta la Cisgiordania.
Il ministro Ben Gvir ha chiesto di smantellare e smilitarizzare l’Autorità palestinese. Le misure potrebbero tradursi in più posti di blocco, accessi stradali chiusi e controlli più rigidi sugli spostamenti dei palestinesi. Agguato a Hebron, uccisi i due assalitori palestinesi.
Il blocco si innesta su un sistema già fitto. A dicembre 2025 l’Onu documentava 925 ostacoli alla circolazione, il 43% in più della media dei vent’anni precedenti, che limitano i movimenti di 3,4 milioni di palestinesi. Trentaquattro degli 89 posti di blocco sempre presidiati si trovano nell’area H2 di Hebron. Dopo un precedente attacco Israele aveva chiuso tutti e quattro i varchi stradali verso la città, lasciando migliaia di persone bloccate per ore. L’attacco arriva dopo settimane di violenze dei coloni durante la raccolta delle olive, da cui dipendono decine di migliaia di famiglie palestinesi.
Si vota martedì 27 ottobre. Il sondaggio Walla del 20 ottobre dà 23 seggi a Yashar di Gadi Eisenkot contro 19 al Likud, ma per Channel 12 i blocchi sono 55 a 51 e per Channel 13 52 a 49, e nessuno si avvicina ai 61 necessari. Netanyahu è imputato per corruzione, frode e abuso d’ufficio, e su di lui pende un mandato d’arresto internazionale. Eisenkot ha promesso di distruggere Hamas entro diciotto mesi dalla nomina, e sia lui sia Netanyahu, come quasi tutti i leader dei partiti ebraici, si oppongono a uno Stato palestinese e vogliono mantenere il controllo ultimo della sicurezza dal Giordano al Mediterraneo.
La responsabilità individuale è in ferie
Chi vede nel blocco soltanto una mossa elettorale sbaglia per difetto: Netanyahu non ha inventato lo strumento, ha alzato il volume di un sistema che i numeri dell’Onu descrivono come ordinario. Una chiusura totale è la normale architettura di 925 ostacoli con un cancello in più, e la novità sta nel principio con cui viene attivata: due uomini sparano e tre milioni e mezzo di persone perdono il diritto di spostarsi. Si chiama punizione collettiva, ed è vietata dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra. L’Occidente, che a ogni vetrina rotta pretende la responsabilità individuale fino all’ultimo adolescente, qui la sospende con la stessa disinvoltura con cui sospende il resto del diritto internazionale.
Anche il calendario conta. In una gara in cui Eisenkot promette di eliminare Hamas in diciotto mesi e Ben Gvir invoca la fine dell’Autorità palestinese, nessuno guadagna voti mostrandosi esitante davanti a un checkpoint. La sicurezza diventa così il programma di tutti: cambia il tono, non il territorio. Sull’unico punto in cui un’opposizione potrebbe differenziarsi, cioè se esista un futuro politico per i palestinesi, i due schieramenti sono di fatto d’accordo nel dire di no. È un pluralismo singolare: si sceglie liberamente il proprio carceriere, purché se ne confermi la funzione.
Poi c’è la cronologia, che ogni cronista dovrebbe ricordare. Una settimana fa, a Taybeh, i coloni hanno aggredito perfino dei diplomatici europei, e per settimane hanno assalito i raccoglitori d’olive. Ora l’esercito chiude le strade a chi quelle olive le raccoglie. È difficile trovare un altro caso in cui, dopo settimane di aggressioni subite, la vittima venga messa al riparo chiudendole la porta di casa, e quando lo si fa in nome della sua sicurezza l’operazione prende il nome di deterrenza.
Il lessico completa l’opera. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale l’occupazione dei territori palestinesi e ne ha chiesto la fine, ma i comunicati ufficiali continuano a parlare di «Giudea e Samaria», come se ribattezzare un territorio bastasse a cambiarne lo statuto: una trovata che farebbe invidia ai pubblicitari.
Netanyahu, imputato in patria e ricercato all’estero, ha un interesse personale nel mantenere il Paese in allerta permanente, perché le urne di una nazione in guerra assolvono più volentieri di quelle di una nazione in pace. Ma ridurre tutto a lui sarebbe consolatorio: l’alternativa che i sondaggi premiano è un ex capo di stato maggiore, e il dibattito si ferma alla durata del cordone.
In Israele esiste chi si oppone, e gli arabi israeliani si organizzano per andare a votare, ma finché la questione sarà quanto a lungo restare chiusi, a perdere sarà sempre la metà di popolazione che non ha un seggio. Il blocco verrà allentato, come tutti i precedenti, e il sistema resterà: è quello il vero cancello, e nessuna urna di martedì ha in programma di aprirlo.

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