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In Sudamerica il legame tra neoliberismo e dittature militari è storia vissuta: dal Cile di Pinochet alle giunte di Videla e Médici, il mercato ha preferito la repressione alla democrazia. Un modello esportato in Europa, con cravatte al posto delle mimetiche.
Liberismo e dittatura. L’11 settembre
In Sudamerica hanno ben presente il nesso tra politiche economiche neoliberali e dittature militari. Quelle popolazioni hanno sperimentato sulla loro pelle, sui loro morti, sui loro fantasmi, quel cambio di direzione del pensiero liberale che non intendeva più edulcorare la ferocia della logica di mercato con la rappresentazione astratta di una società democratica.
I capitalisti non volevano più pagare il prezzo delle lotte sociali, dei partiti che organizzavano il proletariato e i contadini. “Meglio una dittatura favorevole al mercato che una democrazia contraria al mercato” sentenziava Hayek così da assolvere, sostanzialmente i peccatucci dei Pinochet, dei Médici, dei Videla.
Il Cile, sotto questo aspetto, è stato un vero e proprio laboratorio, perché lì si sperimentarono quelle politiche che, dopo un ventennio, sono state presentate come la cura per guarire l’Italia dal cancro statalista, spendaccione, passatista, lavorista.
Insomma per esautorare la Costituzione. Solo che qui quel colpo di Stato fu presentato come una liberazione dal cancro partitocratico.
Qui, per operare le controriforme reazionarie che hanno disegnato il nostro nuovo mondo chiamato liberaldemocratico, non servivano mimetiche militari ma doppiopetti o blazer blu indossati da qualche banchiere illuminato.
In Cile, al contrario, dovettero instaurare una feroce dittatura e ammazzare Salvador Allende prima e tanti militanti socialisti e comunisti poi. A tutti loro va sempre un commosso ricordo.

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