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Il disegno di legge Delrio equipara la critica radicale a Israele all’antisemitismo, adottando una definizione contestata e trasformandola in strumento di sorveglianza. Una deriva illiberale che confonde identità ebraica e sionismo per zittire il dissenso politico.
Quando la critica diventa reato di pensiero: l’ultima crociata bipartisan sull’antisemitismo
In Italia è riemersa una vecchia tentazione: far coincidere la critica radicale delle politiche israeliane con l’antisemitismo. Una deriva che non nasce oggi, ma che trova nuova linfa in un disegno di legge presentato da senatori dell’area riformista del Partito Democratico, guidati da Graziano Delrio e affiancati da figure come Simona Malpezzi e Pier Ferdinando Casini. L’operazione è tanto semplice quanto inquietante: adottare senza riserve la definizione di antisemitismo formulata dalla International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), trasformandola in strumento normativo.
Secondo questa definizione, ormai contestata da storici e studiosi di tutto il mondo, sarebbe antisemita considerare l’esistenza dello Stato di Israele come espressione di razzismo, applicare criteri di giudizio particolarmente severi a quel governo rispetto ad altri, o perfino stabilire paragoni – sgraditi ma legittimi – tra certe politiche contemporanee e quelle dei regimi del passato.
Una griglia concettuale che confonde deliberatamente odio antiebraico e critica politica, cancellando qualsiasi distinzione tra pregiudizio razziale e opposizione a un progetto nazionale fondato su criteri etnici.
Non è un caso che, nel 2021, la Jerusalem Declaration on Antisemitism, redatta da un gruppo di studiosi dell’Olocausto e dell’antisemitismo, abbia denunciato l’uso distorto della definizione Ihra. Il rischio, evidente, è quello di trasformare ogni dissenso verso la condotta israeliana in sospetto di razzismo, delegittimando non solo la critica, ma anche la libera ricerca storica e l’analisi politica.
Controllori, sanzioni e l’ombra del conformismo obbligatorio
Il disegno di legge Delrio è particolarmente rivelatore. Non prevede il carcere come altre proposte, ma delega il governo a imporre all’Agcom poteri straordinari di vigilanza, rimozione e sanzione dei contenuti online ritenuti “antisemiti” sulla base della definizione Ihra.
Non serve immaginare scenari distopici: basterebbe che un reportage, un saggio o un’inchiesta definisse Israele uno stato di apartheid – come hanno fatto Amnesty International e Human Rights Watch – perché l’autore possa essere segnalato come soggetto potenzialmente antisemita.
Ancora più inquietante è l’idea, contenuta negli articoli successivi, di imporre a tutte le Università la nomina di una sorta di commissario interno incaricato di individuare possibili deviazioni ideologiche nelle attività didattiche e di ricerca. Una figura che ricorda più i custodi del pensiero di epoche buie che un organo di garanzia liberal-democratico.
Queste misure risultano tanto più paradossali se si considera che provengono da un’area politica che si professa progressista e antifascista. Eppure sono costruite esattamente secondo una logica repressiva: definire un concetto in modo ambiguo e onnicomprensivo, e poi trasformarlo in dispositivo di sorveglianza. Una vecchia tecnica, perfettamente compatibile con la gestione autoritaria del dissenso.
Il nodo politico emerge con forza nelle testimonianze di molti ebrei progressisti che rivendicano con orgoglio la propria identità ebraica, ma rifiutano con altrettanta nettezza l’identificazione tra ebraismo e sionismo.
Una tradizione antiautoritaria che non ha mai accettato che lo Stato di Israele si ergesse a portavoce universale dell’ebraismo globale. È una distinzione elementare per chi conosce la storia e la cultura ebraica; diventa invece sovversiva per chi, oggi, vuole ridurre tutto a fedeltà allo Stato-nazione.
Le esperienze personali degli ebrei che hanno visitato Israele e Palestina, che hanno visto da vicino il muro, i check-point, le colonie, i campi profughi e le violenze dell’occupazione, rendono evidente ciò che queste leggi cercano di rendere indicibile: la realtà concreta di un regime di apartheid. Chi ha camminato nei territori occupati non riconosce l’immagine idealizzata di una “patria di riserva”, ma la consistente materialità di un progetto coloniale che produce paura, segregazione e dominio.
È precisamente questa constatazione che il legislatore sembra voler criminalizzare. Dire che Israele è uno stato razzista, violento, fondato su criteri etnici, sarebbe – in base alle proposte di legge – una forma di discriminazione contro gli ebrei. In realtà è un’analisi politica, dolorosa e severa, ma fondata su dati e testimonianze inoppugnabili. Non c’è nulla di antisemita nel denunciare pratiche di apartheid, così come non era anti-italiano criticare il fascismo.
Il paradosso è che proprio questa confusione viene utilizzata per zittire chi si oppone alle politiche israeliane in nome dell’uguaglianza e dei diritti umani. Chi denuncia la discriminazione viene accusato di odio. Chi chiede uno stato unico, democratico, inclusivo e non religioso viene rappresentato come minaccia. È una strategia trasparente: impedire che si possa immaginare un futuro diverso da quello imposto dalla forza e dal nazionalismo biblico.
Queste proposte di legge non proteggono gli ebrei: proteggono lo Stato di Israele dalle critiche. E ricorrono a strumenti retorici e normativi degni dell’autoritarismo che dicono di combattere. Rivendicare il diritto di dissentire non è solo legittimo: è necessario. Soprattutto quando ciò che viene difeso non è la memoria della Shoah, ma l’immunità politica di un governo.

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