Berlino, Madrid, Pechino: la crepa nell’asse atlantico si allarga?

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Merz apre a un compromesso con la Russia, Sánchez guarda alla Cina: l’Europa inizia a smarcarsi dagli USA? In gioco non c’è solo la guerra in Ucraina, ma un nuovo equilibrio globale tra finanza americana e modello statale cinese.

Europa-Cina: la fine della fedeltà atlantica?

Berlino e Madrid stanno dicendo la stessa cosa, con accenti diversi ma con una direzione comune: l’Europa non può più permettersi di restare agganciata in modo automatico all’asse Stati Uniti–NATO.

Il cancelliere Friedrich Merz, intervenendo sul dossier ucraino, ha introdotto un elemento che fino a pochi mesi fa era considerato politicamente radioattivo: la possibilità di un accordo con la Russia che implichi concessioni territoriali. Tradotto: la guerra non si vince, si chiude. E si chiude trattando.

Non è solo una posizione realista: è una rottura. Significa smarcarsi dalla linea di Volodymyr Zelensky, ma soprattutto dalla strategia americana di logoramento prolungato.

Nello stesso tempo, Pedro Sánchez si muove verso Cina, non come gesto isolato ma come apertura strutturale. Pechino, interessata a una stabilizzazione del conflitto ucraino, si propone come attore negoziale e — soprattutto — come partner economico alternativo.

Quello che emerge non è un’alleanza, ma una possibilità: un rapporto sistemico tra Unione Europea e Cina. E qui il punto smette di essere diplomatico e diventa strategico.

La partita vera: globalizzazione regolata contro finanza imperiale

L’Unione Europea si trova davanti a un bivio che non può più rimandare. Da un lato, il modello statunitense: finanziarizzazione, dollaro come leva geopolitica, economia sostenuta da flussi virtuali e debito strutturale. Dall’altro, il modello cinese: mercato sì, ma incardinato su controllo statale, pianificazione e relazioni contrattuali tra Stati.

Pechino non nasconde il progetto. Una globalizzazione regolata, dove l’Nazioni Unite torna a gestire i conflitti e il Organizzazione Mondiale del Commercio gli scambi. Un sistema che riduce l’arbitrio finanziario e restituisce centralità agli Stati.

Non è idealismo: è interesse. La Cina ha bisogno di un partner stabile, affidabile, con un mercato ampio e regolato. L’Europa è esattamente questo: 450 milioni di consumatori, infrastrutture consolidate, moneta relativamente stabile. E soprattutto, un dettaglio che a Washington non sfugge: la possibilità che capitali cinesi si spostino progressivamente dai titoli del Tesoro americano verso il debito europeo. Un cambio di flusso che non è tecnico, ma geopolitico.

Gli Stati Uniti lo sanno. Per questo spingono sul decoupling: separare Europa e Cina, interrompere le catene produttive, ricondurre l’Occidente sotto un unico perimetro economico. Ma qui qualcosa si incrina. Sánchez lo dice apertamente: rompere con la Cina è un danno. Merz lo suggerisce: restare agganciati a Washington è un limite.

L’Europa tra autonomia e subordinazione

Il paradosso è evidente. L’Europa ha costruito la propria identità economica su regole, stabilità, compromesso sociale. Ma negli ultimi vent’anni ha progressivamente delegato la propria sovranità strategica: sicurezza agli Stati Uniti, crescita alla finanza, politica industriale al mercato. Ora si trova a dover scegliere se restare in questo schema o ridefinirsi.

Il rapporto con la Cina, in questo senso, non è una scelta ideologica ma una necessità strutturale. Non perché Pechino sia un modello da imitare, ma perché rappresenta un’alternativa sistemica.

E qui emerge il nodo politico. Un’Europa che dialoga con la Cina rompe automaticamente l’equilibrio atlantico. Non serve dichiararlo: basta farlo. Il movimento di Sánchez e le parole di Merz indicano che qualcosa sta cambiando. Non una rivoluzione, ma uno slittamento.

L’Unione Europea, per la prima volta da anni, sembra considerare l’ipotesi di esistere come soggetto autonomo. Non subordinato, non allineato, non semplicemente parte di un blocco. Naturalmente, il processo sarà lento, contraddittorio, pieno di resistenze. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen resta su una linea più rigida, ancora saldamente ancorata all’impostazione atlantica.

Ma il punto è un altro: il dibattito è aperto. E quando il dibattito si apre, significa che il sistema precedente non regge più.

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Franco Bartolomei
Franco Bartolomei
Risorgimento Socialista ( https://www.risorgimentosocialista.it)

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