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Ragioni e ricordi sopra i trenta gradi: e se il caldo fosse una metafora politica, o addirittura un segno profetico?
Ragioni e ricordi sopra i trenta gradi…
Quando ero bambino il confine tra Europa e Africa – noi qui e loro là, ben separati – più che dal mar Mediterraneo era determinato dalla colonnina di mercurio, a trenta gradi la dogana. Minchia che caldo! si esclamava quando questa soglia veniva superata. Pare di essere in Africa.
Cosa che avveniva solamente in estate, naturalmente. D’inverno l’Africa era quella dei documentari sulla leonessa Elsa; li guardavamo alla Tivù dei ragazzi mentre il sole alle quattro del pomeriggio già dileguava dietro al Pizzo del Becco.
Poi arrivava la primavera, in cui dell’Africa ci si era un po’ scordati; solo i soldatini dell’Afrikakorps la richiamavano di tanto in tanto, o gli elefanti del circo Medrano. Fino al ripresentarsi di una nuova estate, in cui il termometro ricominciava a salire: ventisette, ventotto, ventinove… Eccoli lì, trenta gradi!
Tutto ciò che veniva in più era Africa, da ricercare in una trasfigurazione del giardino in jungla, tra l’oleandro e il baobab. Ma accadeva raramente, soprattutto al Nord dove abitavo io. Ora invece, da giugno a settembre, è quasi sempre Africa, per quanti condizionatori accendiamo nell’intento di arginare la deriva dei continenti.
Non ottengono migliori risultati le motovedette che cercano di fare invertire la rotta ai gommoni colmi di migranti. Vengono a prendersi ciò che in fondo già gli appartiene, quel confine immaginario è tatuato anche sulla loro pelle, per questo è un poco più scura della nostra. Trenta gradi, a certe biologie, prima che culture, fanno un baffo.
Trenta gradi, come lo sparo che dà l’avvio a una regata nautica. La bussola è costituita da un vento tiepido, di più, rovente, che sa di casa. La grande casa dell’Europa africanizzata. Un destino, prima termico e poi politico, che potremmo scorgere nel volo dei gabbiani, se solo alzassimo lo sguardo dal display dove consultiamo 3BMeteo.
Hanno preso il posto dei fagiani a rasentare gli affluenti settentrionali del Po. Un volo planare, da alianti più che da droni scattosi, che all’improvviso si converte in micidiali picchiate, in cui ghermire le loro prede guizzanti. Trenta, trentuno, trentasette o quaranta gradi. Passata quella soglia le distinzione perdono di significato, dileguano anch’esse dietro al Pizzo del Becco.
Vengono colte solo dalla fronte degli anziani; la tergono di continuo con fazzoletti bianchi ancora piegati, come quando erano bambini e la mamma li invitava a farne un uso parsimonioso. Poi gettano la loro carta sul tavolo, settebello e scopa, ciapalì, dioboia!

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