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Raffaele La Capria, l’ultimo grande borghese, combatté la “napoletanità” identificata come strumento delle classi dominanti, ma colse l’anima della città.
La Capria e la distanza dagli identitarismi
Quale fosse all’epoca il dibattito sull’identità di Napoli, oggi – al tempo in cui ci si affronta a colpi di pizze Margherita davanti all’altare del Dio Gourmet e si brandiscono pizze a canotto di scuola casertana contro ruote di carretto della zona dei Tribunali – lo abbiamo dimenticato. E ciò che ci è stato tramandato è deformato.
Dudù La Capria, l’ultimo grande borghese, ad esempio, combatté la “napoletanità” come strumento delle classi dominanti. Strumento, diremmo, per imbrigliare il furore plebeo, la “natura” raccontata da Curzio Malaparte.
Chi ebbe davvero a scagliarsi contro la plebe, perfino contro la sua sessualità, ritenuta demoniaca più che espressione di vitalità, fu Annamaria Ortese. La Capria aveva un sentimento più sfumato e una visione più complessa.
In “Ferito a morte” è assente la plebe, eppure nessuno pone in dubbio che questo sia uno dei libri fondamentali per capire la città (qualcuno sostiene il libro per eccellenza su Napoli, insieme a “Malacqua” di Nicola Pugliese).
C’è qualcosa di “Ferito a morte” in “È stata la mano di Dio” di Sorrentino, col suo dilemma tra andare e restare, anche se il regista ci ha aggiunto il contatto col basso, l’avventura in quella dimensione snobbata – in quel romanzo, non nei lavori successivi – dallo scrittore.
E, perché no?, qualcosa anche in Massimo Troisi e Pino Daniele. In qualche modo, “Le mani sulla città” (1963), di Rosi e La Capria, fu una potente risposta alla Ortese: il male, qui, è storico, non è questione di DNA o di lava, di vulcani di cui il territorio è disseminato, di onde, di instabilità e/o immutabilità.
La divergenza tra La Capria e la Ortese (come con Compagnone) è forse radicale. Per il primo è evidente che la “napoletanità” non è nulla di archetipico, è piuttosto un prodotto ideologico della borghesia. La stessa che dagli anni ‘50 si rende autrice del sacco e della devastazione edilizia ed è additata nel film di Rosi.
La distanza con la Ortese si misura nella critica di La Capria alla rivoluzione del 1799, in cui gli intellettuali borghesi rivoluzionari nemmeno sospettano che la plebe “abbia un patrimonio culturale e immaginario tutto suo”.
È per questa ragione che oggi, nel fiorire degli identitarismi che sbandierano identità proprio nella misura in cui esse evaporano nella loro genuinità (e arbitrarietà), l’uomo che rifiutò di farsi definire come “scrittore napoletano” ci appare come colui che meglio di altri colse l’anima della città.
Anima plurale oggi minacciata – ferita a morte – da una molteplicità di narrazioni fuorvianti, superficiali. Tanto da fargli dire, da ultimo: “Bisognerebbe tacere su Napoli e non parlarne più, per lasciare che essa viva e respiri al di fuori delle nostre parole e possa ritornare nel tempo.”
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