“In piena luce”, in cerca di equilibrio tra il nuovo e il vecchio mondo

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Il 2 giugno 1969, Eddy Merckx, maglia rosa al Giro d’Italia, viene trovato positivo all’antidoping, scatenando scandalo e lacrime. Anni dopo, due scolari, Lucetta e Daniele, indagano sull’evento durante un compito di ‘Cronaca’, affrontando enigmi che interrogano giustizia e transizione tra passato e presente.

In piena luce

I ricordi non sono fotografie immutabili, ma organismi vivi che cambiano forma ogni volta che li evochiamo, influenzati dal presente e dai nostri stati d’animo. Interagiamo con quel periodo che è l’infanzia e ogni scelta, ogni emozione che proviamo, portano con sé l’eco di quel primo mondo. È pur vero che ricordare è un altro modo di immaginare, e questo mette in discussione la presunta oggettività della memoria, rivelandone la componente creativa e soggettiva che rende così l’infanzia una terra assai misteriosa.

Daniela Matronola nel romanzo “In piena luce”, induce il lettore a riflettere sul modo in cui costruiamo la nostra identità. L’autrice utilizza un punto di vista di narratrice onnisciente e spesso si abbandona al monologo interiore servendosi della tecnica dello stream of consciousness (flusso di coscienza).

Siamo alla fine degli anni sessanta, a Cassino, città uscita dalla Seconda guerra mondiale completamente distrutta: a ricordarlo ci sono due carrarmati veri ad accogliere i visitatori all’ingresso della città. I protagonisti delle diverse storie sono un nugolo di bambini e bambine che frequentano la scuola delle suore.

A loro quelle macchine sembrano mostri, elefanti di ferro, e le paure che li assalgono le racconta Lucetta, il personaggio principale che incarna l’autrice da piccola e che tiene i fili della narrazione non lineare di questa infanzia storica.

“Era questo, anche dei due carri armati, a generarle uno spavento folle.  Non la coscienza della guerra, ai bambini in genere ignota; o che, muovendosi, i due mezzi potessero inquadrarli coi mirini e puntare su di loro per sparargli addosso, benché quelle canne di fucile semoventi, seppure attorno a un raggio limitato, possedevano la loro forza evocativa; o che i soldati, stipati come topi nelle loro pance, una volta che i carri armati erano stati colpiti, potessero esserci schiattati dentro, bruciati e soffocati.

Non tanto tutto questo, no: piuttosto la prefigurazione, insopportabile, che questi mostri ciechi, muovendosi goffamente, come pachidermi imbranati, potessero ingoiare sotto le loro orribili zampe circolari gambe e busti e braccia e teste, agganciandoli nel loro movimento a catena, e facendone poltiglie indifferenziate così da perpetrare l’oltraggio alle identità senza alcuna possibilità di risarcimento”.

I fatti si svolgono nella prima settimana di giugno del 1969. Iniziano proprio il 2 giugno, quando una notizia sconvolgente distrugge un sogno collettivo. Nelle case la scatola magica, la televisione, sta costruendo il suo impero, accompagnando le piccole grandi vicende di bambini e bambine con una delle storie che segna un cambiamento epocale, un colpo di teatro che decapita il Giro d’Italia. Eddy Merckx, il Cannibale invincibile, che scalava non solo le vette delle Alpi ma quelle dell’immaginazione collettiva, risulta positivo all’antidoping e cade come può cadere un gigante.

Sergio Zavoli, noto giornalista di quei tempi, tiene i telespettatori incollati allo schermo della scatola magica, raggiungendo Merckx nella camera d’albergo dove si era rinchiuso. Tutti lo vedono piangere, raggomitolato sul letto: il gigante diventa bambino.

I piccoli seguono gli eventi restando con in mano le biglie con la foto dei grandi ciclisti, in una c’è il volto grezzo, quasi primitivo di Merckx: una miscela di sofferenza e di gloria, come se ogni vittoria fosse stata scolpita nella carne con il sudore e la tenacia. Anche i bambini capiscono che i giganti portano il peso delle ombre, e che la gloria, come la salita, non è mai priva di dolore.

Gli anni ‘60 emergono anche attraverso lo sport, la musica, i libri, i fumetti, i giochi in voga… ma le penne dei bambini e delle bambine, oggetti narrativi del romanzo, sono tutte stilografiche d’oro con le quali ricamare una scrittura perfetta. Penne preziose, regalo della prima comunione, che Daniele – il bambino ladro e non ladro – colleziona, salvandole dall’incuria dei suoi compagni: raccoglie tappi, cartucce e pennini; ricompone e conserva; mette tutto in fila in un cassetto segreto. Daniele, il salvatore, quello che comprende ciò che del passato è importante custodire.

Le differenze tra il nuovo e il vecchio mondo sembrano solo apparentemente non contrapporsi, e sarà il personaggio di Margherita, la ragazzina più tormentata, che alimenterà nel lettore un moto di ribellione, quella necessità di cambiamento che sempre nella storia avviene come al passaggio di una frontiera, che esiste solo come linea di confine politico ma non nella realtà.

Così, anche in questo romanzo si sta con un piede ancora nella tradizione e l’altro davanti alla televisione, che è ancora troppo scatola magica. Intanto, qualcuno sta scrivendo la Storia nei libri di scuola, mentre i mutamenti si spanderanno come un’alta marea fino a toccare i piedi di tutti.

Margherita mi resterà nel cuore perché sono vacillata nello spazio vuoto che divide la mia pelle liscia dalle sue mani livide, scorticate, che puzzano di varechina nonostante i tanti lavaggi con il sapone profumato. È la bambina un po’ più grande degli altri, condannata dall’indice puntato di suor Fiore a pulire il vomito dei compagni, i loro escrementi, le loro improvvise urine emozionali che sopraggiungono a volte dopo una sgridata, un’umiliazione.

La suora non le chiede in modo gentile di pulire, ma con una spinta la dirige verso lo stanzino dove c’è secchio e ramazza. Anche a casa affidano le faccende domestiche a Margherita, la sguattera consumata, con lo sguardo sull’unto dei fornelli che dovrà sgrassare. Eppure, le sembra di essere una privilegiata, perché solo lei ha quella dote: nettare alla perfezione.

La scrittura di Matronola è esperta, vivace, ironica e rifugge dall’essere consolatoria. Le storie più toccanti di quei bambini e di quelle bambine, storie e personaggi che non si dimenticano più, sono scritte con stile semplice, essenziale. Eppure, nonostante la scrittura sembri fare un passo indietro per annullarsi, quelle secche parole diventano spada nel cuore.

Lesa Flaneurs editore, collana Montparnasse Narrativa, anno 2024, pagine 364, 20 euro.

Note sull’autrice: Daniela Matronola è una poetessa e scrittrice. Come narratrice scrive nel 2010 “Partite” e nel 2020 “Il mio amico”, due romanzi pubblicati con Manni Editori. Attualmente collabora on line sul sito Genius (scuola di scrittura creativa), nella rubrica di poesia “Per il giusto verso”.

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Emilia Santoro
Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni). Dal 2023 fa parte della redazione di Achab, rivista letteraria.

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