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martedì, Agosto 16, 2022

Guia Soncini è brava ma antipatica, Fabio Volo è più modesto ma simpatico, che fare?

Può essere utile avere consapevolezza che abitiamo un tempo in cui il sentimento illusorio di amicizia per Fabio Volo supera quello per la verità letteraria.

Amicus veritatis, sed magis amicus Fabio Volo

Ho letto per la prima volta un articolo di Guia Soncini, e devo dire che l’ho trovato bello. Argomentato, ben scritto, le stilettate sarcastiche (per le quali è amata\odiata) non eccessive e infilate al punto giusto.

Il tema viene ripreso in forma anaforica per tutta la durata del testo, e coincide con la formula: “la televisione ha senso solo se è orrenda”. Nulla di orrendo, al contrario, nella scrittura della Soncini, che però continuerò a non leggere. Perché?

Ci ho pensato un momento, per quanto già conoscessi la risposta. Perché Guia Soncini mi è antipatica – la voce proprio, la faccia che non trovo per nulla brutta, anzi, lo dico a scanso di quel sessissismo a cui si viene crocefissi per un nulla, come il sorriso vagamente sornione… Ma in fondo che ne so: l’antipatia, il più delle volte, non possiede un motivo definito. Mi è antipatica. Punto.

Foto da Radio Deejay

Ho poi provato a leggere qualche pagina da un libro di Fabio Volo, scaricato dal web in forma di ebook. In questo caso non c’è però stato il ribaltamento prospettico: Fabio Volo, ai miei occhi, è rimasto uno scrittore della domenica, come si diceva un tempo per qualificare i pittori dilettanti, inebriati da un gesto su cui non possiedono un controllo pieno e smaliziato, forse per il troppo amore che li muove. Uno scrittore della domenica che scrive per un pubblico della domenica. E fin qui nulla di male.

Ma che succede, anche una volta formulato lo sbrigativo giudizio – snob come chiunque attribuisca al proprio gusto una misura universale –, continuo a leggere, una pagina tira l’altra e va a finire che il libro di Fabio Volo me lo leggo fino in fondo, lo divoro, ascolto prima ancora di leggere sentendo risuonare la voce dello scrittore a ogni capoverso, come avviene quando si porta una conchiglia all’orecchio. Eppure non posso ancora dire che tutto ciò mi sia piaciuto.

Il fatto è che mi piace lui, al contrario di Guia Soncini mi è simpatico, vorrei essergli amico e andare a mangiare la pizza con le mogli – in realtà io non sono sposato e neppure fidanzato, ma forse la moglie di Fabio Volo ha un’amica da presentarmi, ancora meglio se islandese come lei (continuo a crogiolarmi in una pappa di sogno). Fino a che arriva a ridestarmi una vecchia memoria scolastica: “Amicus Plato, sed magis amica veritas”, sono amico di Platone ma ancor di più della verità.

La frase viene attribuita ad Aristotele, anche se è dubbio che l’abbia davvero pronunciata. Gianni Vattimo, già una trentina di anni fa, ragionava su di essa come snodo fondamentale della cultura occidentale, in cui la verità viene dapprima avvertita come oggettiva e separata da chi la esprime, ma in seguito si indebolisce sempre più fino a che il soggetto prende il sopravvento sull’oggetto, o ancora più precisamente il senso va a confluire nella relazione: soggetto\oggetto\interlocutore.

La sintesi del suo pensiero che, per l’appunto, viene chiamato debole, ricalca tale ribaltamento: sono amico della verità, ma non esiste verità senza amicizia, o ancora più radicalmente la verità è già nella mia amicizia con Platone.

L’uscita dalla metafisica di cui parlava Heidegger sta in fondo tutta qui, nella rivalutazione dell’amicizia come elemento costitutivo della verità.

Mhm… dunque vuoi dirmi che Fabio Volo scrive meglio di Guia Soncini? No, non lo dico né lo penso. Ugualmente, continuerò a leggere scrittori che mi sono sim-patici; e, in un tempo in cui la simpatia non è più consegnata unicamente alla pagina, ciò implica una sorta di regressione del mio status di lettore a livello delle scuole medie, in cui il mondo veniva diviso tra amici e rompicoglioni.

Non posso infatti prescindere dall’immagine pubblica che un autore offre di sé, non posso essere oggettivo, la filologia si fa strumento sempre più spuntato, e la sovraesposizione mediatica (che avviene principalmente attraverso i social) finisce col diventare un elemento fondante nel giudizio su un’opera. Da qui il successo di opere biografiche o para-biografiche, altrimenti dette d’autofiction.

La scelta di esporsi per uno scrittore andrebbe dunque valutata con molta attenzione, sospendendo provvisoriamente anche le querimonie sul fatto che Fabio Volo sia in testa alle classifiche, proprio lui, un comico!

Quando tu giovane scrittore così bravo, tu che e hai speso 15.000 euro per frequentare la Holden (dove hai imparato le tecniche del cut-up e dello stream of consciousness), tu con trentaquattro libri venduti più uno regalato a una tipa che ti attizza, tu questi argomenti vedi sbriciolare tra le dita, accorgendoti di essere solo la simpatia che sei riuscito a stabilire con il lettore, fuori e dentro al testo.

Possiamo così scegliere di eclissarci e lasciare parlare solo la pagina – ma l’assenza ha comunque un valore evocativo, come testimonia la battuta di un vecchio film di Nanni Moretti: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” – oppure aprire un profilo Facebook dove sparare battute a raffica, nella speranza che qualcuno ci prenda in simpatia e poi acquisti i nostri libri.

Ma qualsiasi scelta si decida di fare, è utile avere consapevolezza che abitiamo un tempo in cui il sentimento illusorio di amicizia per Fabio Volo supera quello per la verità. Anche letteraria.

 

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Guido Hauser
Guido Hauser
Giornalista e scrittore

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