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Rampini: “La superiorità dell’Occidente, è nei fatti. Gli altri, almeno quegli altri che hanno avuto successo, ci hanno semplicemente copiato.”
Grazie, Occidente!,
Federico Rampini è uno che buca lo schermo: mette le bretelle rosse, parla come Gianni Agnelli, e riesce ad esporre con finta casualità i propri libri durante i collegamenti dal suo appartamento newyorkese.
Ma soprattutto, come la vulgata informativa contemporanea vuole, riesce ad intervenire su tutto: dagli operai del Bangalore in sciopero, agli omicidi degli attivisti in Colombia. Rampini ha una risposta che, molto spesso, appare tutta compresa dentro un’idea di libertà legata a una visione molto garbata e ripulita del concetto di élite.
E così, a suo modo coerentemente, nel suo ultimo libro Grazie, Occidente!, sviluppa una visione che possiamo definire “suprematismo occidentale,” esaltando la superiorità dell’Occidente in termini di progresso tecnologico, economico e morale rispetto al resto del mondo.
Rampini sostiene che il mondo, soprattutto quei paesi che hanno avuto successo, abbia raggiunto i propri risultati solo copiando l’Occidente: “La superiorità dell’Occidente, è nei fatti. Gli altri, almeno quegli altri che hanno avuto successo, ci hanno semplicemente copiato.”
Il concetto di suprematismo occidentale in Rampini si fonda su una convinzione radicata nella storia. Per esempio, secondo ‘er bretella’, la Russia ha vissuto per secoli in un limbo, attratta dall’Occidente e invidiosa dei suoi successi, ma incapace di diventare parte di esso. Questo incarna una dicotomia tra l’Occidente visto come modello e gli altri paesi che non riescono a emanciparsi da questa ammirazione, ma al contempo ne nutrono una forma di risentimento.
Rampini, per sottolineare tutto ciò, vira sul “romanzo di formazione, ovviamente la sua, e quindi parte dalla propria esperienza personale in Africa, in cui, osservando un pastorello Masai attaccato a un cellulare, vede nella tecnologia un simbolo del dominio occidentale: quel cellulare è il prodotto di un progresso che il pastorello, e per estensione il continente africano, deve interamente all’Occidente.
Questa visione diviene per Rampini la manifestazione concreta di come la civiltà occidentale abbia dato al mondo tecnologia, benessere e scienza, senza però ricevere riconoscimenti adeguati: “Quel pezzo di tecnologia gliela abbiamo portata noi al pastorello Masai perché la telefonia mobile è un’invenzione dell’Occidente”.
C’è una cosa che non torna però, quella che l’autore definisc l’ingratitudine del resto del mondo. Gli aiuti, le innovazioni e il progresso offerti dall’Occidente sarebbero stati ripagati con critiche e accuse che risuonano continuamente all’ONU da parte di leader del Sud Globale.
Questa sensazione di tradimento si amplifica nel capitolo centrale del libro, intitolato Perché possiamo dirci superiori, dove Rampini cerca di dimostrare come la civiltà occidentale abbia effettivamente “trascinato” il mondo verso uno sviluppo tecnico e morale superiore.
L’attacco non risparmia nemmeno i paesi emergenti come la Cina: il gigante asiatico non ha fatto altro che imitare l’Occidente, citando esempi come il keynesismo e il marxismo, entrambe dottrine di origine occidentale. Questo pone l’Occidente come l’unico vero creatore di progresso, rendendo l’ascesa cinese una semplice variazione su un tema già sviluppato.
Parallelamente a ciò, una cosa che non capisce Rampini, è l’idea che l’Occidente, invece di celebrare il proprio paradiso, si autoflagelli: il dibattito pubblico in America e in Europa si concentri su una critica continua della propria storia e dei propri valori, dimenticando il prezzo pagato dalle generazioni precedenti per garantire libertà e democrazia. In particolare, Rampini critica le nuove generazioni occidentali per aver dimenticato il sacrificio degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, e per non rendersi conto che la democrazia stessa in Europa e in Italia sia un regalo americano.
Inutile aggiungere, se siete arrivati fin qui, tutti i buchi sotrici, le dimenticanza, nell’apologia di Rampini: guerre di sterminio, colonialismo, rapina delle risorse. Tutte queste cose spariscono miracolosamente per lasciar spazio a un racconto (siamo nel campo del fantasy più che dell’analisi) che è una fiera delle vanità.
Il tono è decisamente polemico, e la sua visione del mondo fortemente manichea: da una parte un Occidente virtuoso, dall’altra il resto del mondo, che Rampini dipinge come ingrato e incapace di emanciparsi senza l’aiuto occidentale.
Insomma, non siamo noi che siamo cattivi, sono loro che non sono occidentali!

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