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domenica 5 Settembre 2021
BiblosI cavalli delle botticelle romane: Cesare e gli altri

I cavalli delle botticelle romane: Cesare e gli altri

La controversa sentenza del 18 Giugno 2021  che ha dato il via libera al ritorno delle botticelle romane, le carrozze “taxi” trainati da cavalli, ha ispirato “Cesare e gli altri“, una riflessione amara, in forma di racconto, da parte di Elena Bibolotti.

Cesare e gli altri

«Ma voi lo sapete perché c’hanno messo a dormì qui?». Nitrisce il vecchio nella penombra del box.

«A Cesare, e dai, che ce l’hai raccontata milioni di volte ‘sta fregnaccia der mattatoio de Testaccio», lamenta qualcuno che però non si fa vedere.

«Tanto nun ce sta nessun novellino da impaurì colla storia che “da qui so’ dù passi e stamo ar patibbolo”» gli fa il verso un biondo altoatesino, anche lui residente da diversi anni nella capitale.

«Senza che ti ci metti pure tu. Sai come si dice giù da noi in Puglia di un cavallo caduto a bassa fortuna come a me? Cavallo di carrozza bella gioventù e mala vecchiezza». Il giovane murgese dal manto nero come la notte illune, dà una smossa stizzita alla criniera lunga e crespa e poi si abbassa sulla musetta per consumare il pasto.

Per un po’ nella stalla si sente soltanto il battere degli zoccoli, lo sventolio dei crini, l’incessante ronzio degli insetti; e, lì fuori, Testaccio, che dopo il paradossale silenzio dell’infinito lockdown riprende a vivere anche di notte.

«Che poi il mattatoio nemmeno ci sta più qui». A parlare è un bel sorcio paffuto di passaggio tutte le sere per i box e che conosce la situazione meglio di chiunque. «Mo’ ci stanno le sovrintendenze a gestire ‘sto posto. Qui si trova la città dell’economia, i percorsi d’arte moderna, il Villaggio Globale. Ci stanno un sacco di cose che niente hanno a che fare con l’orrore di un mattatoio».

Qualcuno muove ripetutamente la testa per annuire.

«Ma alla fine, domando io, non sarebbe meglio, più dignitoso per voi, finire appesi a un gancio da macellaio piuttosto che cascare stecchiti su via Frattina?».

I cavalli delle botticelle romane: Cesare e gli altri

Cesare allarga ancora di più gli occhi e soffia «Sì, topo mio bello, me sa che c’hai proprio ragione, mejo una bella pistolettata in fronte che cascare come una sacco pieno, la bava alla bocca, er core che corre fori dar petto, l’occhi invetrati de lacrime che je vanno appresso p’acchiappallo… e la gente… la gente imbrilloccata tutta attorno, la gente che fino a quer momento nun s’è mai degnata de guardacce, e che pé quarche istante pensa a quanto semo disgraziati noialtri».

Cesare è vecchio. Non ricorda come sia finito nel traffico di Roma a trainare botticelle, né sa com’è Roma, tanto tempo è che porta i paraocchi. È stanco, nonostante il lungo riposo e, forse, proprio perciò, inorridito all’idea di tornare sull’asfalto, tra le lamiere delle auto, i clacson, lo smog, in quella confusione che, chissà come, a un certo punto dello scorso anno sembrava essere cessata d’improvviso, e miracolosamente, quasi che l’umanità intera, unica responsabile di quel baccano infernale, fosse sparita dalla faccia della terra, si fosse estinta, ma silenziosamente.

«Ma sì, certo, dobbiamo rassegnarci, sono anni che provano a toglierci dalla strada. Raccolte firme, petizioni, processi».

Tutti, sono almeno in sessanta stipati lì dentro, sentendo quel nitrito sconosciuto si voltano verso Silenzioso, nell’ultimo box in fondo, così lo hanno soprannominato per via di quel carattere schivo, poco incline alle chiacchiere.

«Ve li ricordate i veterinari e le commissioni d’inchiesta e poi le associazioni di sognatori decisi ad affrancarci dalla schiavitù? E le vetture ecologiche che la prima cittadina aveva promesso e anche realizzato? Ma no, niente. Restamo ar chiodo, come dite voialtri. La sentenza, il giudice, ha dato ragione ai vetturini che si sentono ghettizzati a scarrozzare turisti nelle ville romane. Questa è la realtà. Forse i vetturini non sanno quanto ci sia di bello nelle ville? Villa Borghese, l’immensa Villa Panphili. E invece no! Ci vogliono tenere sotto il sole e sotto la pioggia, accanto ai taxi in Piazza di Spagna, impauriti, confusi dalle sirene di polizia e ambulanze, in attesa di gruppi di turisti cui basta vedere San Pietro e il Colosseo per illudersi di conoscere Roma, come al Louvre la calca davanti alla Gioconda».

Scalcia un paio di volte con rabbia, sbuffa e poi si ritira nel buio.

Dopo nitriti di apprezzamento e di sorpresa per l’evidente cultura del collega, forse di casata nobiliare, chissà, ma sicuramente del nord, di nuovo nei box cade il silenzio. Qualcuno ripensa a certi bei momenti di quella vita agra, una gentilezza sfuggita a un passante, un sorriso, una bella mela in premio a fine giornata, qualcun altro rumina nervosamente e soffia ripetutamente per non esplodere di rabbia.

Ma Cesare, il sognatore, il puro, quello che si fa strigliare per gli altri, anche se non ha colpa, lui guarda l’oscurità attraverso la finestra in alto e poi dice: «A me quello che me dispiace veramente è di morire senza poter conoscere ‘sta donna bellissima di cui gli uomini parlano senza sosta, come un’ossessione, ‘sta signora per cui darebbero la vita, una certa tipa, di cui scrivono in sovrabbondanza, e che si chiama Libertà».

I cavalli delle botticelle romane: Cesare e gli altri

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Elena Bibolottihttps://bibolotty.wixsite.com/ilmiosito
Si è diplomata alla Silvio d’Amico. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È autrice di "Justine 2.0" (2013, Ink Edizioni), "Pioggia dorata" (2015, Giazira Scritture), "Conversazioni sentimentali in metropolitana" (2017, Castelvecchi), "Io e il Minotauro" ( 2020, Giazira Scritture) ->

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