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Elena Bibolotti, alla sua maniera, ci racconta la storia del pugile antifascista Lazzaro Anticoli, detto Bucefalo, tra le vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Cella 306 ( il testamento di Lazzaro Anticoli)*
Su un muro della cella 306 nel carcere di Regina Coeli a Roma, Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, puglilatore, incise il suo testamento.
Era stata sua madre a dargli la bella notizia la prima volta che finì al gabbio. Gliela urlò da sotto il faro, al Gianicolo, dove i familiari dei detenuti fanno la fila per dar loro notizie di giornata, per un accorato “ti amo”; “t’aspetto”, “nun te lascio”: «A Lazzaro! A Là… L’avvocato dice che domani te n’esci, che è stato un errore».
Era finito dentro un inverno che era ancora ragazzo. Stava in un’altra cella ma la finestra pareva uguale a questa e il cielo pure era a scacchi. Perché tutte le celle alla fine si assomigliano, tutte le scritte sui muri sono figlie della stessa infame speranza, pensò Lazzaro, facendo la punta a un chiodo. Fu per quella macchia sul suo passato, per quell’ingiusta sosta a Regina Coeli con l’accusa di truffa, che una volta fuori scese i gradini di una nota palestra trasteverina e diventò pugilatore, perché tirar cazzotti era meglio che prenderli.
Era possente ma in grado di scansare gli assalti con la leggerezza di un ballerino, era pieno di uscite fantasiose, andava giù di sinistro senza mai colpire l’aria. Gli occhi neri s’infiammavano quando saltellava attorno all’avversario fino a fargli perdere l’orientamento. Aveva il coraggio di un leone, la capoccia di un bue e quel genere di fame che quando la conosci ti lascia per sempre un buco dentro.
Dai finestroni livello marciapiede di quella palestra piena di disperati, di sacchi e corde e guantoni, Bucefalo vide passargli davanti, assieme agli anni, opache porzioni di corpi, gambe, polpacci, scarpe. Vide il suo futuro vittorioso, un serpentone di gente in fila che andava ad applaudirlo. E arrivò sul serio la fama, quando salì sul ring e iniziò a vincere, a guadagnar tanto da poter mettere su famiglia e immaginarsi su una nave in partenza dal porto di Civitavecchia, per le Americhe, con la sua Emma così minuta da poterla infilare nella sacca.
In quel futuro non c’erano le lacrime che invece Emma stava piangendo ora, i singhiozzi che lui riusciva a sentire attraverso la finestra della cella 306 sebbene lei gli avesse già detto addio, e se ne fosse certamente andata dal Gianicolo, sorretta dalla madre. Era stata quella schifosa spia ebrea, la Pantera nera, lei aveva fatto il suo nome ai crucchi di via Tasso, dicendo che se la faceva con la Resistenza, in cambio della salvezza di suo fratello, Angelo Di Porto, anche lui ebreo antifascista condannato a morte da Kappler. E pensare che anni prima l’aveva pure difesa, la bella Celeste che abitava come lui su via Reginella, ma due portoni più avanti. Da bambina giocava per strada come tutte le altre, nessuno lo avrebbe mai detto che sarebbe diventata una sporca spia. Lui la difese. Che la lasciassero un po’ stare, povera Stella di Piazza della Giudia che per campare faceva la sguattera.
Anche lui l’aveva vista passeggiare a testa alta al braccio di Vincenzo Antonelli, noto fascista, certe mattine che se ne stava in finestra bevendo quella specie di caffè e fingendo fosse quello vero, come la sua esistenza che in certe giornate sembrava proprio quella di vent’anni prima, quando Celeste giocava per strada e in finestra ci stava suo padre, e non c’era la guerra. Ma Lazzaro non aveva la testa per certe voci, come quella che diceva fosse meglio starle alla larga, che se la incontravi e lei ti sorrideva, era meglio se ti davi alla macchia. Lazzaro trascorreva le giornate sul ring, al sacco, o con Emma, ad amoreggiare su per i prati di Monte Mario.
Tanta insolita felicità aveva allontanato in lui ogni paura del futuro e della guerra. Era troppo giovane e innamorato per immaginare che qualcuno avesse già deciso di strapparglielo dalle mani, di negargli l’opportunità di esistere.
E una sera, ci salirono in sei sul ring. Divisa e stivaloni, fez, camicia nera e facce infami. «Sei ebreo, non puoi combattere» e lo fecero scendere con la forza.
Da clandestino diventò tutto ancora più difficile. E poiché Bucefalo non poteva proprio starsene fermo, si mise sul serio con gli antifascisti. Faceva la staffetta, trasportava armi, cibo, materiale di propaganda.
Quel mattino, era il ’44, il 23 marzo, resistette all’arresto con cazzotti, calci e mozzichi. A via Rasella per fortuna era già tutto pronto, le cariche piazzate, gli uomini appostati: «Ve famo er culo tanto» disse tra i denti al tedesco che lo trascinava via. E per un attimo, durante le poche notti che lo separavano dalla fucilazione, ci aveva pure sperato che quello invece avesse capito tutto, e che il cuore e il capoccione gliel’avrebbero fatti schioppare per una buona causa, perché ne aveva fatti saltare in aria un bel po’, colpevole di una colpa, almeno. Almeno. Adesso Lazzaro sapeva che la morte di qualcuno può essere l’opportunità di salvezza per un altro.
Alzò lo sguardo verso la finestrella della cella lì in alto e pianse. Attese il chiarore senza speranza dell’alba terminando di fare la punta al chiodo. E fece testamento. “Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mia è colpa de quella venduta de Celeste. Arivendicatemi”.
*Questo racconto è incluso nell’ultimo numero di Achab – Rivista Letteraria, dedicato al tema delle carceri, e intitolato Gli occhi di Argo|sulcarcere. Disponibile a questo link

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