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Antifascismi a gettone: la cultura in saldo alla fiera del libro

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“Più libri, più liberi”, la fiera delle contraddizioni: dalla libertà proclamata ma regolata dal mercato, agli antifascismi intermittenti che cambiano a seconda del pubblico, fino all’entusiasmo per scelte geopolitiche incoerenti con i valori sbandierati.

Più libri, più liberi, libertà editoriale a gettone

Alexandro Sabetti e Ferdinando Pastore

C’è un singolare paradosso che attraversa ogni edizione della fiera “Più libri, più liberi”. Un nome che evoca emancipazione, pluralismo, resistenza culturale; poi, però, basta aggirarsi tra gli stand per scoprire che la libertà è un bene commerciabile, un prodotto esposto come le copertine patinate.

Qui non accedi perché rappresenti un progetto culturale, ma perché puoi permetterti la quota richiesta. Niente di scandaloso, per carità: nel regno del mercato funziona così. Solo che, a fronte di questa logica aziendalistica, la retorica sulla “bibliodiversità” suona come un jingle pubblicitario fuori tempo massimo.

Accade allora che la Fiera, nel tentativo di mostrarsi faro progressista, finisca per replicare la stessa gerarchia economica che dice di combattere. Se la cultura si vende a metri quadrati, la presunta indipendenza diventa un accessorio opzionale.

In queste condizioni, parlare di antifascismo dal palco rischia di assumere il tono di un esercizio ginnico: un allungamento muscolare identitario, più che una posizione politica. Si celebra la libertà, ma si fa la fila alla cassa.

Antifascismi intermittenti e moralismi a consumo

Il problema, però, non è soltanto l’organizzazione dell’evento. È l’habitus culturale che lo attraversa. A Roma, nel tempio architettonico della Nuvola, si può ascoltare una vibrante Bella Ciao intonata con zelo, quasi fosse un badge morale da esibire all’ingresso.

L’emozione collettiva funziona sempre: rassicura, ripulisce, rafforza il senso di appartenenza. Peccato che, appena fuori, gli stessi paladini della Resistenza corrano senza esitazione ad applaudire tavole rotonde organizzate da Atreju, la vetrina politico-identitaria della destra meloniana. Il tutto con l’aria compunta di chi sta difendendo l’illuminata pluralità del dibattito pubblico.

Si potrebbe definire plasticamente questa dinamica come “antifascismo a corrente alternata”. Si accende quando serve a certificare una posizione, e si spegne con rapidità sorprendente quando occorre ammiccare a chi governa. Del resto, la coerenza non è la valuta più richiesta nel mercato delle opinioni: meglio una dose di flessibilità, indispensabile per non disturbare troppo l’equilibrio del potere.

E se in mezzo a quel bailamme ci sono figure politiche che sostengono leggi quantomeno problematiche dal punto di vista costituzionale, amen: l’importante è che il dibattito sembri elegante, possibilmente con un hashtag evocativo.

La geopolitica degli slogan

La contraddizione raggiunge poi il suo apice quando si tenta di saldare il discorso sull’antifascismo con l’entusiasmo, quasi adolescenziale, per l’invio di armi all’Ucraina. Qui la logica si inceppa, perché occorre fare finta di non vedere ciò che è noto agli osservatori più attenti: il nazionalismo ucraino contemporaneo convive senza eccessive remore con gruppi dichiaratamente neonazisti, radicati nelle forze militari e nell’immaginario pubblico. Non si tratta di un dettaglio marginale, ma di un dato politico che in qualunque altro contesto verrebbe sollevato come questione morale.

Il risultato è una narrazione schizofrenica: antifascisti in patria, sostenitori di un governo che ospita elementi neonazisti oltreconfine. Un’incoerenza che non si può liquidare come semplice disinformazione. In parte, certo, è frutto di ingenuità e di una lettura superficiale degli scenari internazionali. In parte, però, è la conseguenza di un progressismo americanizzato che ha interiorizzato la visione geopolitica di Washington senza alcun esame critico.

Nel mezzo, ci sono cittadini in buona fede bombardati da slogan, e commentatori che giocano a fare i Machiavelli del nuovo ordine occidentale. Tutti, naturalmente, convinti di maneggiare la bussola morale del presente.

Alla fine resta solo un’amara evidenza: la retorica dell’antifascismo perde efficacia quando viene trasformata in un gadget da esibire tra stand e salotti televisivi. E quando la politica estera viene trattata come un brand da difendere più che come materia da comprendere, la cultura si riduce a coreografia.

Un grande palcoscenico dove tutti recitano la parte giusta, pur evitando con cura la domanda fondamentale: a chi serve davvero questa libertà che si proclama, si canta e, soprattutto, si vende?

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parole ribelli, menti libere

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