Una 22 Parvum per l’onorevole Pozzolo

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I fatti sono noti: la notte di Capodanno il deputato di FdI Emanuele Pozzolo va a un veglione a Rosazza (BI) e dalla sua pistola parte un colpo che ferisce uno dei presenti. C’è un legame indissolubile fra destra e armi, così come è innegabile quello fra armi e violenza: chiudete voi il sillogismo.

L’onorevole Pozzolo e Gennarino Parsifàl

Peccato che il segreto istruttorio, o meglio l’inconsueta riservatezza –derivante dal fatto che è implicato un deputato e la parte lesa è un povero povero cristo–, ci privi dall’apprendere i dettagli dell’inchiesta. Ma quel poco che sappiamo ci conferma che questa classe politica è la satira di sé stessa: un deputato va con una pistola a un veglione in un paesino di montagna del profondo Nord, che nemmeno i malamente nelle zone depresse della Campania; dalla sua pistola parte un colpo che ferisce un tale; “non ho sparato io, ma non so chi ha sparato, anzi no la pistola è caduta ed è partito un colpo, ho l’immunità parlamentare non fate lo stub, anzi fatelo”; al veglione è presente il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, che si chiama subito fuori dicendo “non ho visto niente, stavo caricando gli avanzi del cenone in macchina” perché questa roba è troppo persino per lui.

Poi, quando sembra venir fuori che anche altri presenti stessero giocando con le armi e con quella pistola, partono le ipotesi dietrologiche: non è che il colpo è partito a qualcuno della scorta del sottosegretario e Pozzolo lo sta coprendo?

Come che siano andati i fatti, resta una domanda: perché un cittadino dovrebbe dotarsi di un porto d’armi e, appunto, portare un’arma con sé? Non conosco le norme sul rilascio dell’agognato documento, ma leggo che a Pozzolo sarebbe stato concesso perché aveva ricevuto minacce dall’Iran a causa del suo sostegno (ovviamente verbale) alla resistenza contro il regime degli ayatollah: e me lo immagino Pozzolo ad affrontare impavido i sicari del VEVAK con una pistoletta lunga 10 centimetri, un po’ come il coltellino quasi invisibile con cui Massimo Troisi si opponeva al guappo Gennarino Parsifal (Lello Arena):

Genanrino Parsifàl (Massimo Troisi-Lello Arena-Enzo De Caro, alias “La smorifa”)

 

Non so che dire, a me le armi non piacciono e soprattutto il cittadino armato mi fa paura. Non tanto e non solo perché mi irrita l’idea che uno dei 12.000 italiani che hanno il porto d’armi per difesa personale mi spari per un tamponamento stradale o perché ho insidiato la sua donna. No, è proprio che reputo il delegare la difesa personale al singolo come un’abdicazione dello Stato a uno dei suoi principali doveri, e come un indulgere ai peggiori istinti dell’uomo.

Detto ciò, vi ripropongo un mio articolo, pubblicato nel 2021 su questa rivista, a proposito di una vicenda di armi diversa ma più tragica: quella dell’assessore di Voghera Massimo Adriatici che spara e uccide un senzatetto.

Da Nino Manfredi a Massimo Adriatici: il giocattolo

I fatti di Voghera sono alquanto disturbanti, comunque siano andate le cose. Ma il controverso tema del possesso e dell’utilizzo di armi da fuoco da parte dei privati era già stato raccontato magistralmente da Giuliano Montaldo nel film “Il giocattolo”, ingiustamente dimenticato dalla programmazione tv. Chissà se l’assessore Massimo Adriatici lo ha mai visto.

Il Massimo Adriatici in noi? Il barbone molesto

Qualche anno fa, in una zona semicentrale della metropoli in cui vivo. Un amico mi avvisa che c’è un barbone che sta prendendo a calci le automobili sulla strada dove ho parcheggiato la mia.

Immediatamente vado lì, e riconosco il barbone (preferite clochard? senzatetto? senza fissa dimora no, perché dorme da anni nei giardini pubblici in fondo alla via, gli si potrebbe spedire una raccomandata; ad ogni modo, in qualsiasi modo decidiamo di chiamarlo non modificheremo la sua vita disgraziata), di solito si limita a urlare il suo dolore al mondo, ma oggi chissà che gli ha preso.

Nel suo delirio plutoclasta (o forse è solo che le lamiere fanno un bel rumore quando vengono colpite) procede sempre più verso la mia macchina, e la risolutezza con cui sono accorso si incrina di fronte a una domanda: se prosegue, che faccio? Di ingaggiare una colluttazione non se ne parla, lui pur sovrastandomi in altezza è macilento e barcollante, però non si può mai dire.

Avete mai fatto un corso di difesa personale? Non quelli da esaltati nei quali pretenderebbero di insegnare a impiegati bolsi e a gracili studentesse come disarmare e sopraffare un malfattore armato di pistola, roba che nemmeno Steven Seagal.

No, quelli seri, tenuti da gente realmente competente, dove vi suggeriscono le tecniche per fuggire da un locale affollato in cui è scoppiata una maxirissa, come liberarsi da una presa da dietro e fuggire, come fuggire se ti si para innanzi un tale con il coltello. Sì, fuggire: perché la cosa più importante è sempre allontanarsi dal pericolo. Dalle botte non potete ricavare che guai, sia che le prendiate sia che le diate.

Decido quindi di non fare niente, per pigrizia e soprattutto perché mi ricordo di quella volta che papà tornò a casa indossando un cappotto nuovo: era una giornata molto fredda e aveva regalato il suo a un poveraccio che viveva sul marciapiede nei pressi del suo ufficio.

Il barbone la smette e se ne va. Che cosa sarebbe successo se avessi avuto una pistola in tasca? Ma io non ce l’ho una pistola, anzi non ne ho mai nemmeno vista una dal vero, a parte quelle chiuse nelle fondine delle forze dell’ordine.

E quella che un poliziotto durante una partita di poker mi puntò alla tempia per minacciarmi scherzosamente (immaginatevi le risate) dopo avere perso un piatto. Ma era sicuramente una mela marcia.

Da Nino Manfredi a Massimo Adriatici: il giocattolo

L’assessore pistolero

Assessore è assessore, non c’è dubbio. E pistolero pure, a meno che non abbiate un altro sostantivo per definire uno che va in giro con la pistola senza essere un tutore dell’ordine.

Nell’ormai famoso video si vede Youns El Boussettaoui parlare per qualche secondo con Massimo Adriatici e poi colpirlo al volto con un pugno, Adriatici cade, El Boussettaoui sembra raccogliere qualcosa da terra e poi non si vede più nulla sino a quando non risbuca Adriatici.

El Boussettaoui (ma diciamo la verità, tutti lo chiamiamo “il marocchino”, o per razzismo oppure per la difficoltà di ricordarne nome e cognome) stava per attaccare Adriatici a terra e questi si è difeso sparandogli? Oppure Adriatici gli ha sparato in assenza di un’incombente pericolo per la sua incolumità?

Difficile dirlo, e non vorrei essere nei panni del giudice (questo però in generale, non solo per questo caso specifico), probabilmente la perizia balistica e l’autopsia daranno indicazioni utili ma il punto è un altro: se Adriatici non avesse avuto la pistola in tasca, avrebbe affrontato il marocchino nel bar oppure avrebbe chiamato le forze dell’ordine? E, quando il marocchino lo ha raggiunto al di fuori del locale, se fosse stato senza pistola si sarebbe ugualmente fermato a parlarci (si immagina con toni aspri da parte di entrambi) oppure si sarebbe allontantato?

Il pugno di El Boussettaoui: un onta inaccettabile per l'assessore

Il giocattolo (1979), di Giuliano Montaldo

La trama ve la racconto ancora più in breve di Wikipedia. Nino Manfredi è un contabile che viene ferito durante una rapina nel supermercato in cui sta facendo la spesa. Va in palestra per la fisioterapia e lì conosce il poliziotto Sauro (Vittorio Mezzogiorno, bravissimo), col quale stringe amicizia.

Spaventato dall’incidente occorsogli e dal clima generale di insicurezza degli anni di piombo, decide di prendere il porto d’armi e la pistola. Sauro cerca di convincerlo a limitarsi a sparare al poligono, e gli spiega: “Se tu decidi di tenerla in tasca, un cristiano prima o poi lo puoi uccidere. Ma non è quando spari che l’ammazzi: quel cristiano, chiunque sia, è già morto nel momento stesso in cui hai deciso di girare armato”.

Da Nino Manfredi a Massimo Adriatici: il giocattolo

Poi però sarà proprio Sauro a regalargli una pistola, guai a non finire e tragico finale. Vedetelo, è un bel film e anche un contraltare ideologico allo spirito da giustiziere della notte che inevitabilmente fa capolino quando si parla di sicurezza.

 

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A.C. Whistle
A.C. Whistle
Nasce alle pendici dei Nebrodi ma sin dalla prima infanzia vive a Roma, da dove non si è più mosso (“la mia famiglia è già emigrata troppo”, dice). Giuslavorista, etilista, pokerista, meridionalista, immoralista, si cela dietro quello che manifestamente è un nom de plume per tutelare la sua posizione sociale e censuaria. Convinto di essere la reincarnazione di Pietro Aretino, in quanto tale produce versi impudichi e faceti, mentre nella prosa predilige la forma breve del pamphlet, sia per dare sfogo alla sua misantropia (praticata come misandria e come misoginia con eguale trasporto), sia per assecondare la pigrizia contro cui ha smesso da tempo di lottare.

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