L’orrore a Civitanova Marche e il totalitarismo quotidiano degli odiatori

Essendo falliti i tentativi di riconoscimento politico, sociale e civile, ciò che resta a molti individui e riversarsi come odiatori incalliti verso il prossimo.

L’orrore a Civitanova Marche

Il fatto lo conoscete tutti: nel pomeriggio del 29 luglio a Civitanova Marche (Macerata), in corso Umberto, strada molto frequentata e affollata di negozi, è avvenuto un omicidio davanti agli occhi dei passanti. Un uomo di 32 anni, Filippo Claudio Ferlazzo, ha ucciso un nigeriano di 39 anni Alika Ogorchukwu con una stampella, che la vittima usava per camminare e per chiedere l’elemosina.

C’era chi commentava, c’era chi filmava con il telefonino, ma non c’era nessuno ad aiutare la vittima. Siamo oltre l’abominio. Ma non possiamo dire che sia sorprendente.

Ha scritto Libera contro le mafie: “Una società senza empatia, incapace di ascoltare il grido di chi si sente in pericolo di vita o sente la sua vita andare alla deriva non è più una società ma un assembramento di coscienze anestetizzate e di cuori inariditi.”

C’è una dimensione (che si aggiunge al razzismo) di classe da non sottovalutare nell’omicidio di Alika: la fragilità della sua condizione sociale ha dato all’assassino una sorta di via libera per agire come ha agito.

Poi c’è la speculazione politica più bassa: la Lega di Civitanova Marche non ha condannato l’omicidio di Alika Ogorchukwu ma la sua presenza in Italia che a detta loro è la causa stessa dell’ omicidio.

 

Il totalitarismo degli odiatori

Lo abbiamo visto in tutti questi anni, ne scriviamo da tantissimo: viviamo in un paese incattivito, e non è un cambio di maggioranza, un maquillage politico che potrò cambiare le cose nell’immediato, anzi.

Seppur strategicamente, togliere il megafono agli aizzatori sarebbe comunque un risultato non disprezzabile. Lo abbiamo visto negli anni recenti col passaggio di Matteo Salvini dalla comoda plancia del Viminale del primo governo giallo-verde, alla discesa nel corpo a corpo della politica tra politicanti, nel governo dei competenti, con la sua sostanziale nullità.

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Il nostro è un Paese spaventato da pericoli immaginari, un paese pericoloso per se stesso.

E ci sono individui incattiviti. Persone che incontriamo tutti i giorni che si sentono vive nell’odio, cercando nemici, che sono sempre “contro” qualcosa ma non riescono mai a esprimere un “a favore” che non sia punitivo.

Persone felici di alzare la voce, aizzare gli animi, puntare il dito ma sempre contro il più prossimo. Sono guerre tra esclusi, tra ultimi e penultimi. Miserie che si aggiungono alla miseria.

La demagogia prende forma a se, nella vita, e sobilla questi animi dicendo: “E’ tutta colpa di quello lì. Se non ci fosse lui, se lui fosse sotto controllo, andrebbe tutto meglio” E chi è “contro tutte le ipocrisie“, che parla “in faccia” si erge a giudice delle miserie, ma lo è sempre di quelle altrui.

Il “se” ne ha viste troppe per credere di far parte della stessa umanità spaventata. Egli pensa che occorrano “i coglioni da tirar fuori” per vivere. Non l’intelligenza. Non la condivisione.

È la storia nemica che produce questa umanità: essendo falliti i tentativi di riconoscimento politico, sociale e civile, ciò che resta di questi individui non è che la ‘nuda vita’, cioè l’arbitrio sul corpo dell’individuo più prossimo.

Ma dove si va seguendo questa strada?

Verso quello che già è: un totalitarismo quotidiano dal volto mite. Si prepara il terreno a ciò. È la forma mentis di chi vive così a preparare il campo. E allora questa non si può che chiamare barbarie assorbita omeopaticamente.

È il medioevo + internet quest’epoca.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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