Su incarnazione, complessità e le amenità della Murgia

Secondo Michela Murgia, che si è scoperta anche teologa affrontando temi complessi come l’incarnazione, il cattolicesimo infantilizzerebbe il suo Dio solo perché in esso ritorna l’immagine “zuccherosa” di un bambino Gesù da amare e adorare.

Su incarnazione, complessità, e lo stato pietoso degli pseudo-intellettuali pubblici.

Di Cristiano Nisoli *

L’affermazione centrale sull’incarnazione, “Καὶ ὁ Λόγος σὰρξ ἐγένετο”, (E il Verbo\Parola si è fatto carne) è certamente molto difficile da tradurre. Eppure è importante capirla. L’incipit di Giovanni ha creato una civiltà piuttosto complessa. La nostra.

λόγος è chiaramente “parola“, e quindi un riferimento alla “parola” di Dio in Genesi 1. Ma questo in sè non aiuta immediatamente. In Genesi 1, Dio “parla”. “C’è” solo lui, quindi con chi parla? La parola di Dio non può pertanto essere lì intesa come strumento di comunicazione tra simili. Cosa significa allora?

A differenza di quanto accade, ad esempio, nella Grande Enneade di Eliopoli, dove Atum emerge da un caos originario che gli preesiste, e poi crea Shu e Tefnut (il “secco” e “l’umido”) sputando, o a differenza dei vari “dei vasai” dei miti vicini e mediorientali (tutti miti di cui rimane traccia in Genesi), il Dio di Genesi non appartiene all’essere specifico, non è un ente, per quanto supremo, ma piuttosto è esterno all’essere, e parla. Cioè chiama l’essere. Lo chiama ad esistere, e lo mantiene in esistenza.

Così si capisce cosa intende Gesù quando dice al diavolo che l’uomo vive di ogni parola della bocca di Dio come vive di cibo. Non allude ad un Dio che farebbe tanti bei pistolotti edificanti che l’uomo deve ascoltare annuendo, e sentendosi poi rinfrescato; piuttosto, la “parola” implica la partecipazione dell’essere: Dio come il puro atto dell’essere stesso, e l’uomo che ritorna alla sua origine ontologica in questa comunione, “nutrendosi” di questa parola, di questa partecipazione di essere.

Detto questo, il λόγος nella cultura greca trascende come ben si sa il concetto di “parola”. Da esso deriva “logica”, ad esempio; λόγος è anche ragione, senso, misura, ed è stato centrale nelle indagini filosofiche greche.

Noi siamo oggi estremamente superficiali: diamo per scontato che la realtà sia sensata, logica, comprensibile, governata da “regole” e “leggi” (le famose “leggi della Fisica”), che possa essere indagata, anche scientificamente. Gli antichi greci erano più profondi di noi, e se ne stupivano. Si stupivano che ci fosse un λόγος-logica nelle cose, ed un λόγος nella nostra mente, e che i due fossero congruenti. E per secoli non hanno saputo spiegare perché.

Per questo motivo, Giovanni aveva iniziato con la sua prima affermazione, già piuttosto clamorosa:
Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.
Il λόγος (logica/senso/significato/parola/ragione) esisteva ἐν ἀρχῇ (all’inizio, ma anche all’origine, e non solo in senso diacronico, ma in senso gerarchico, al centro, al cuore delle cose: per esempio ἄρχων significa “sovrano/leader”).

Quindi, logica/senso/significato/parola esistevano/esistono all’inizio/origine/centro. Il λόγος non ha solo partecipato alla creazione ex nihilo, ma è ἄρχων, la realtà ultima. Non la realtà come appare ai nostri sensi, che, come la scienza ci spiega ora, è un’illusione, ma la realtà davvero reale.

Questo avrebbe (ed ha) attirato l’attenzione dei “sapienti: classici (certamente molto più del tentativo mancato di Paolo all’Areopago).
E come è possibile? È possibile perché, scrive Giovanni: θεὸς ἦν ὁ λόγος. Dio stesso era λόγος.

Non c’è da stupirsi, egli insinua, che non siate riusciti a risolvere l’enigma del λόγος: ciò che stavate cercando di capire è Dio stesso, che trascende la ragione: la realtà è λόγος perché Dio è. Dio non chiama l’essere all’esistenza in maniere capricciose, ma secondo sè stesso, e quindi secondo λόγος.

Ed il λόγος, poi, è ἐν ἀρχῇ, cioè nella sua essenza, e fin da un “inizio” che non è semplicemente un inizio temporale, ma un’immanenza, un ἀρχῇ ontologico. Voi conoscevate già Dio, dice Giovanni, lo avete visto da secoli come la logica delle cose, solo che non riuscivate a comprenderlo.

Alla luce di quanto detto, continua Giovanni, non è assurdo che “ὁ Λόγος σὰρξ ἐγένετο” (cioè che il Λόγος “divenne carne”). In realtà, è tutt’altro che assurdo, poiché così facendo entrò nell’εἰς τὰ ἴδια (anch’esso difficile da tradurre, τὰ ἴδια è neutro plurale) “entrò nelle cose sue”, “entrò in ciò che già era”, “entrò in se stesso”.

In che senso, dunque, la “parola” è diventata “carne”? ἐγένετο è tradotto come “divenne”. Ma “divenire” in italiano implica un’evoluzione, una trasormazione temporale, un cambiamento, o persino un arrivo (“venire”) trasformativo. Il verbo è invece γίγνομαι, che contiene (due volte) l’importante radice indoeuropea g-n “gn”.

È la stessa delle parole generazione, genere, genti. O della parola greca γυνή (o sanscrita jani) che significa “donna” (da cui “ginecologo”). “gn” contiene il mistero, percepito da ogni umano sin dalla preistoria, della generazione di nuova vita (“Io sono la vita”, “sono venuto perché abbiano la vita, e in abbondanza”).

Spero si capisca quale enormità di significati e di problemi filosofici radicali (il problema del λόγος, il “perché c’è l’essere e non il nulla”, come spiegare l’unità ontologica con la varietà del φαινόμενον) Giovanni riesca ad intercettare ed intessere in sole 496 sillabe.
Che non lo capisca Michela Murgia non sorprende.

* Ripreso da Cristiano Nisoli – Discussioni

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