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Brecht aveva previsto la resa della scienza al potere. Oggi, tra armi nucleari, collasso ambientale e consumismo ipnotico, la maggioranza ignora la realtà. Coraggio civile e responsabilità collettiva sono le uniche difese contro una società anestetizzata e viltà diffusa.
Il Galileo di Brecht e l’assuefazione al peggio
“Finché l’umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le sue proprie energie, non sarà nemmeno capace di sviluppare le energie della natura che le vengono svelate.”
“Io credo che la scienza non possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, e ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo.”
“E quando coll’andar del tempo avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità”.
Il Galileo che Brecht rimaneggiò nel 1947 porta addosso il marchio della nuova era atomica. Il monologo finale, inserito dopo la devastazione di Hiroshima e Nagasaki, segna la resa dei conti: la scienza, piegata agli interessi del capitale, aveva dimostrato di poter superare qualunque limite morale pur di alimentare il potere dominante.
Nello stesso anno, il drammaturgo lasciava gli Stati Uniti dopo il passaggio obbligato davanti alla Commissione per le attività antiamericane, esperienza che sancì il suo definitivo congedo da un Paese già sospeso tra paranoia e maccartismo.
Da allora, la corsa verso il baratro non si è fermata. Dagli anni Ottanta in poi, il liberismo confezionato come stile di vita ha trasformato intere società in platee docili, rassicurate da un edonismo di superficie. Persone sempre più aggrappate alla propria routine, disposte ad accettare qualunque stortura pur di non mettere in discussione il fragile comfort conquistato. La realtà può essere ignorata, distorta, rimossa: basta produrre l’illusione giusta.
Il paradosso è che gli arsenali nucleari non sono scomparsi con la Guerra fredda: sono cresciuti, si sono evoluti, e continuano a stare lì, invisibili nella coscienza pubblica. In Italia ne abbiamo decine sotto controllo statunitense, ma il tema non genera più nemmeno un sopracciglio sollevato. La rimozione collettiva funziona meglio di qualunque propaganda. Del resto, è la stessa rimozione che permette di non vedere il lento collasso dell’ambiente e della qualità della vita.
Gli anni del Covid prima e del nuovo militarismo globale poi hanno confermato il quadro: un segmento significativo della popolazione vive ormai in un ambiente psichico parallelo, costruito da media, influencer improvvisati e narrazioni prefabbricate. In questo ecosistema la complessità è un fastidio, la responsabilità un peso, la scienza un elemento manipolabile a piacimento. C’è perfino chi, educato alla sfiducia permanente, ritiene che ogni freno al proprio individualismo sia un complotto. Non serve più la religione per disciplinare le masse: bastano i flussi audiovisivi e l’algoritmo del giorno.
Il risultato è una società in cui i diritti vengono intesi come prerogative assolutamente private — la sicurezza personale, la ricerca della felicità, l’autorappresentazione competitiva — mentre qualunque dovere collettivo è bollato come pretesa indebita. Se un disastro ambientale o nucleare, ancora evitabile, dovesse consumarsi, molti resterebbero attoniti, convinti fino all’ultimo che la colpa fosse altrove, magari nel cielo stellato, come Don Ferrante o gli eroi tragici che ignorano la realtà fino all’impatto finale.
Che una parte dell’opinione pubblica sia stata formata da decenni di televisione commerciale e alimentata dai social non sorprende. Ciò che inquieta di più è il silenzio degli altri, di coloro che potrebbero intervenire e non lo fanno, come se la deriva non li riguardasse o fosse ormai irreversibile. Ed è qui che si gioca la responsabilità vera.
Non si tratta di chiamare in causa solo gli scienziati, ma tutte le persone per cui il bene comune precede la convenienza individuale, per cui lo Stato, le comunità, i legami umani non sono un peso ma la condizione stessa della convivenza. Questa postura richiede una virtù dimenticata: il coraggio. Non quello eroico delle saghe, ma il coraggio civile, quotidiano, che Don Abbondio non aveva e che l’intrattenimento di massa ha contribuito a demolire, trasformando la prudenza in viltà e la responsabilità in scomodità.
Oggi, nell’ennesima stagione di atomizzazione sociale e consumismo senza scopo, quel coraggio è la prima forma di resistenza alla nebbia di superstizioni e paure che Brecht denunciava. Senza di esso, la deriva non può che accelerare.

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