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Italia e media rilanciano Pahlavi mentre ignorano l’Iran reale. Una narrazione costruita tra Washington e Tel Aviv che non spiega perché Teheran resiste a guerre e pressioni. Più propaganda che analisi: così si continua a non capire nulla del Paese.
Sdraiati per Palhlavi
Da alcuni giorni Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, è in Italia e trova un’accoglienza sorprendentemente calorosa nei principali circuiti mediatici e istituzionali. Interviste, ospitate televisive, incontri ufficiali: un’agenda ricchissima – da vera star – contrariamente a una rilevanza politica difficilmente riscontrabile nei fatti (è un eufemismo!).
Pahlavi non è un attore istituzionale, non guida alcuna forza politica organizzata in Iran e non dispone di una base sociale nel Paese. La sua presenza pubblica si regge su un capitale simbolico ereditato — il cognome — e su una narrazione costruita esclusinamente in Occidente: quella dell’alternativa “moderata” al regime degli ayatollah.
Ma dietro questa operazione di ri-legittimazione cosa c’è? Qualche domanda semplice, come ad esempio il perchè ad ogni manifestazione contro il “regime di Teheran”, l’ultima pochi giorni fa a Milano, si vedono sempre 4 gatti con le bandiere dell’Iran monarchico assieme a quelle americane e israeliane?
Come il ragionier Fantozzi, che cercava l’amante della moglie Pina imbattendosi in filoni di pane ovunque per casa, possibile che nemmeno un sospetto sfiori qualcuno?
Lo scià, la repressione e la memoria selettiva
Per comprendere il paradosso attuale, è necessario tornare alla figura del padre, Mohammad Reza Pahlavi. Il suo regime, sostenuto per decenni dagli Stati Uniti e da altri alleati occidentali, si fondava su una modernizzazione autoritaria accompagnata da una repressione sistematica del dissenso.
Il servizio segreto SAVAK, addestrato anche con supporto occidentale, è stato responsabile di arresti arbitrari, torture e persecuzioni politiche documentate da organizzazioni internazionali già negli anni ’70. Amnesty International, all’epoca, definiva l’Iran uno dei paesi con il più alto numero di prigionieri politici al mondo.
La cosiddetta “Rivoluzione Bianca” dello scià, spesso citata come simbolo di progresso, non riuscì a compensare l’assenza di libertà politiche e l’aumento delle disuguaglianze. Il risultato fu una crescente opposizione trasversale: religiosi, studenti, lavoratori, intellettuali.
La rivoluzione del 1979, guidata da Ruhollah Khomeini, fu una delle più ampie mobilitazioni popolari del Novecento. Milioni di persone scesero in piazza in tutto il Paese, determinando la caduta del regime monarchico. Ridurla a un semplice “colpo di mano islamista” significa ignorarne la natura profondamente sociale e politica.
Qualsiasi giudizio si dia sul regime teocratico che ne emerse, questo non cancella le responsabilità del sistema precedente, né giustifica una rilettura indulgente della figura dello scià.
Un erede senza Stato e una narrazione conveniente
Oggi Reza Pahlavi si presenta come sostenitore di una transizione democratica in Iran ma ha appoggiato i bombardamenti e le stragi della coalizione israelo-americana delle scorse settimane. Dalla sua persona non è uscito un solo fiato di condanna, ma nemmeno di pietà, dopo la strage delle studentesse a Minab, nella scuola bombardata dagli americani.
Vive negli Stati Uniti, interviene regolarmente nei media occidentali e partecipa a iniziative internazionali come voce dell’opposizione iraniana.
Tuttavia, la sua influenza reale all’interno dell’Iran resta limitata – ed usiamo un eufemismo. Le proteste degli ultimi anni — dalla mobilitazione del 2009 fino alle manifestazioni più recenti — non hanno mai visto alcuna forma di riferimento alla sua figura. Le nuove generazioni iraniane esprimono forme di dissenso autonome, spesso distanti sia dal regime attuale sia dalla memoria monarchica.
I benpensanti del pelpaese
Nonostante ciò, in Europa e in Italia Pahlavi viene presentato come un interlocutore credibile. La sua presenza nei media italiani in queste ore è imbarazzante, è scattato sull’attenti il solito Bruno Vespa. Tutto ciò è frutto di una scelta editoriale precisa: ce lo impongono. Lo storytelling prevede(va) la liberazione delle donne iraniane dal velo, i festeggiamenti alle finestre del popolo alla notizia delle morti nel regime e tutto l’armamentario “emozionale”.
Ovviamente questo tipo di narrazione trova sponda – oltre che nella dispora iraniana, su cui bisognerebbe fare qualche riflessione, nella borghesia cosmopolita italiana, sempre ben disposta verso queste operazioni. Una borghesia che potrebbe vivere a Napoli, come a Londra o New York, la cui unica preoccupazione sociale è che la donna delle pulizie venga 3 volte a settimana, che la casa al mare sia libera da maggio a settembre e che in tv li tranquillizzinno che…si c’è qualche problema, ma tranquilli: noi siamo i buoni!
Il risultato è ancora più grottesco di quanto sembri. Mentre in Italia si costruisce l’ennesimo santino utile, si continua a non capire nulla dell’Iran reale. Un Paese che, nonostante bombardamenti, sanzioni e decapitazioni mirate della leadership, non è crollato — e non per caso. Le stesse analisi occidentali ammettono che il sistema iraniano è strutturato per resistere: controllo economico, apparato militare diffuso, consenso selettivo e capacità di adattamento .
E allora forse il problema non è Teheran, ma lo sguardo con cui la si osserva. Si preferisce raccontare un Iran immaginario, pronto a festeggiare il ritorno di un principe in esilio, piuttosto che confrontarsi con una società complessa, contraddittoria, ma tutt’altro che passiva.
In questo schema, Pahlavi diventa perfetto: innocuo, telegenico, allineato. Ma anche, inevitabilmente, eterodiretto. Perché è difficile ignorare che la sua legittimazione non nasce a Teheran, bensì lungo l’asse Washington–Tel Aviv, dove si costruiscono le narrative e si distribuiscono le patenti di “opposizione credibile”.
E l’Italia? Si adegua. Amplifica, rilancia, obbedisce. Non per convinzione, ma per riflesso. Il risultato è una politica estera che non interpreta, ma recita. E mentre si applaude l’ennesimo fantoccio geopolitico, la realtà continua a sfuggire — e a resistere.

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