Gabriele Rubini, in arte Rubio, lo chef non–convenzionale, come recita la sua bio, indipendente, che per scelta non ha un suo ristorante ma è un insaziabile viaggiatore, oltre che un convinto attivista per i diritti umani e sostenitore della causa palestinese, attirandosi le ire del mainstream e dei propagandisti a senso unico a sostegno d’Israele.
In un suo articolo per il magazine Fogoso ha commentato il caso del presunto boicottaggio del Lucca Comics & Games: “Per quanto ancora dovremmo dare la parola a chi sta con “israele” e lo tiene in vita, perché i Palestinesi abbiano voce e vengano “creduti”? Conta solo la voce dell’oppresso e l’unica da boicottare, isolare e rendere nulla, è quella dell’oppressore.”
Perché il boicottaggio del Lucca Comics & Games non è un vero boicottaggio.
Di Rubio*
Il principale portavoce di questo fantomatico atto di rifiuto è Zero Calcare, a cui hanno poi fatto séguito altri artisti e organizzazioni come Giancane, Fumetti Brutti, Amnesty Italia e Cgil di Lucca.
Da quanto si evince dalle loro parole, il loro no non va a boicottare “israele” (la cui ambasciata italiana patrocina l’evento) ma è semplicemente motivato dall’attuale bombardamento sulla Striscia di Gaza.
La narrazione di Zero parte infatti con un focus sul presente “in questo momento in cui a Gaza sono incastrate 2 milioni di persone”: sbagliato. L’assedio della Striscia di Gaza e il suo controllo totale via terra, mare, aria da parte di “israele” iniziano nel 2007 (con un progetto proposto dal criminale terrorista Ariel Sharon nel 2004).
Non si comprende perché a nessuno suscitò sgomento quando a giugno 2023 venne presentato il patrocinio dell’ambasciata di “Israele” in Italia, dovuto alla presenza dei due israeliani disegnatori della copertina del Comics (e pensare che proprio a maggio 2023 “israele” bombardó la Striscia).
Perché quindi non protestare da subito, dal momento che l’occupazione della Palestina da parte della colonia d’insediamento ebraico sionista, e quindi l’uccisione e cacciata dei Palestinesi, dura da almeno 75 anni (e oltre, vista la colonizzazione già partita dalla nascita del sionismo, 1897)?
Un’altra anomalia nel sistema che chiamano “boicottaggio” lo si ritrova nella presenza della stessa casa editrice di Zero, la Bao, che comunque presenzierà all’evento e ha affermato che “Se ci fosse un gesto che sposta di un millimetro la possibilità di un cessate il fuoco non esiteremmo”. Il fatto è che la Bao è la stessa casa editrice dei due fratelli israeliani per cui il patrocinio è in essere. Quindi, c’è un evidente “conflitto di interessi” che sarebbe dovuto essere gestito a monte, portando nella propria “famiglia” dei Palestinesi, e non degli israeliani.
I fumettisti Palestinesi non ci saranno mai finché al loro posto parleranno e disegneranno gli israeliani, visto che l’esistenza di questi ultimi nega automaticamente quella dei nativi semiti Palestinesi e la loro autodeterminazione.
A tal proposito, Zero in uno dei suoi comunicati cita il messaggio di Asaf Hanuka, uno dei due fratelli israeliani che fa sapere che i due non saranno presenti al Comics a causa della “tempesta di merda mediatica. Ci è sembrato che la nostra visita fosse diventata politica”.
La tempesta di merda mediatica in realtà non colpisce loro ma i Palestinesi, che oltre resistere a un genocidio, devono pure difendersi da una propaganda mediatica che li vede chiamare “terroristi, tagliagole”. Avrebbero potuto usare la loro voce per dire questo piuttosto che continuare con un’autodifesa spacciata per neutralità apolitica (che cos’è la politica esattamente quando, a fianco a te che hai cittadinanza di una colonia, i nativi colonizzati vengono uccisi?).
Quello del patrocinio di “israele” non è “solo un simbolo” (cit. Zero) ma è l’emblema dell’ultima colonia europea in essere che per i Palestinesi rappresenta sin dall’inizio progetto nazionalista ebraico sionista, e non solo da oggi, un problema per la propria sopravvivenza ed esistenza. Non basta più questo continuo dire da parte di troppi “io sono stato a Gaza, io ho fatto questo progetto a Gaza” se poi quando si dovrebbe fare un vero boicottaggio non si mira allo smantellamento dell’entità coloniale sionista.
Ogni volta che si cita “israele” si cita infatti un sistema messo in piedi in Europa per depredare la Terra delle risorse e cacciare il nativo per l’insediarsi di coloni ebrei illegali. Non si tratta di un governo ma di tutti i cittadini, parte integrante e fondamentale del progetto sionista. Chi scinde le due parti è ignorante o in malafede.
Altro punto venuto alla luce dopo il no di Zero è la sua (ma non solo sua) retorica “dell’idea della convivenza tra i popoli oltre gli stati nazione, in cui non esistono morti di serie A e morti di serie B “.
Pensiero troppo semplicistico, per questo molto permeabile nella massa, e poco realistico.
Convivereste nella vostra Terra con gli assassini di vostra madre che indossano le scarpe di vostro padre e mangiano i frutti di vostro fratello nella vostra casa che ora è loro? Come può un occupato convivere con chi lo opprime e lo disumanizza a ogni respiro?
Non esistono serie a e serie b, esistono i Palestinesi uccisi per colonizzare illegalmente e israeliani uccisi, perché soldati coloni, da chi si sta ribellando per avere diritto alla vita (sono emerse infatti prove di come quasi la metà degli israeliani uccisi fossero soldati, che gli israeliani stessi sono responsabili della morte di alcuni dei “civili” coloni uccisi e che siano state diffuse fake news da Tel Aviv nei riguardi dell’azione rivoluzionaria di Hamas, come l’uccisione indiscriminata e brutale di bambini.
Zero continua poi parlando di fondamentalismo (in riferimento ad Hamas si suppone), che “israele” abbia agito per vendetta, che vista l’atrocità che vedeva gli israeliani uccisi allora lo stesso valeva anche per i Palestinesi.
Al massimo, quello che tutti dovremmo fare è il ragionamento inverso: visto che i Palestinesi vengono uccisi da 75 anni allora sono sensibile anche ad altre atrocità. E non che siccome per una volta i Palestinesi si ribellano, spargendo il sangue dei coloni, allora la loro sofferenza viene finalmente legittimata e compresa anche dalle pietre d’inciampo.
È come se il genocidio dei palestinesi cominci ad avvalorarsi con l’aumentare della brutalità dell’occupante e la gente iniziasse a empatizzare con la vittima solo se a venire ucciso è anche chi l’ha ridotto a una situazione di sopravvivenza e resistenza perenni.
Discretamente razzista e suprematista come reazione.
È come quando a parlare dei Palestinesi vengono invitati autorevoli voci ebree che criticano lo “stato” ebraico senza disconoscerlo o riconoscerne la natura razzista e colonialista da eradicare.
Per quanto ancora dovremmo dare la parola a chi sta con “israele” e lo tiene in vita, perché i Palestinesi abbiano voce e vengano “creduti”?
Conta solo la voce dell’oppresso e l’unica da boicottare, isolare e rendere nulla, è quella dell’oppressore.
Continuare a metterli sullo stesso piano è inconsistente perché è da quello stesso piano fittizio (che gli viene fornito gratuitamente anche in questi contesti di boicottaggio fake) che il privilegiato occupante poi si sente in diritto supremo di vessare il suo costante nutriente (senza cui esisterebbe) che è l’occupato senza diritti.
Dov’è lo stesso piano su cui vengono continuamente posti? Dov’è la possibilità di una coesistenza di “popoli”?
Nel tempo che avete impiegato per leggere questo pezzo, i coloni terroristi ebraisti della colonia illegale d’insediamento sionista (“israele”) a Gaza hanno impedito l’assistenza alimentare per due milioni di persone, bombardato case, scuole, ospedali, distrutto tutte le barche dei pescatori, bruciato decine di panifici e cisterne, bombardato il serbatoio contente la riserva d’acqua di tutto il campo profughi di Jabalia (in cui vivevano l’80% di bambini e ragazzini) privando più di 120.000 persone di acqua potabile e tutto questo per puro odio antimusulmano e antiarabo alimentato dalle comunità ebraiche di tutto il mondo.
“Palestina libera” non è uno slogan, non è una striscia una tantum, e nemmeno la rinuncia al firma copie. È il riconoscersi quotidianamente nell’altro oppresso, è il privarsi della propria libertà fino a quando la loro non sarà ultimata.

* Ripreso da Fogoso
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