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Da coscienza critica “elitiaria” a stampella del potere economico: Repubblica ha contribuito a disarmare la sinistra, sostituendo il conflitto sociale con moralismo e silenzi strategici. La possibile vendita apre più dubbi che speranze.
Repubblica e il progressismo addomesticato
Per anni la Repubblica è stata presentata come la coscienza critica del paese, il luogo dove il progressismo italiano si specchiava per sentirsi, se non migliore, almeno moralmente superiore. Oggi quella funzione appare logora, quando non apertamente controproducente.
Al netto dei recenti aggiustamenti di rotta introdotti dalla nuova direzione – che hanno innegabilmente risollevato un livello precipitato negli anni precedenti – con l’apice della caduta sotto la gestione Molinari – il quotidiano resta un prodotto debole sul piano informativo e rigidamente orientato su quello politico.
La selezione delle notizie, il loro assemblaggio e il lessico adottato restituiscono una visione del mondo compatta, impermeabile al dissenso, sorprendentemente indulgente verso le gerarchie economiche e fin troppo disinvolta nel sostenere opzioni di politica internazionale improntate all’interventismo.
Non è un dettaglio marginale. Repubblica non è stata soltanto un giornale: è stata una macchina culturale, capace di incidere profondamente sull’immaginario della sinistra post-novecentesca. E molto spesso in senso poco virtuoso.
il pedagogismo morale e la nascita del progressismo qualunquista
Dopo la dissoluzione del Pci e la lunga transizione che ha portato alla costruzione del Partito democratico, Repubblica ha assunto un ruolo che potremmo definire “pedagogico”, ma con esiti discutibili. Il giornale fondato da Eugenio Scalfari, ha contribuito a riplasmare l’idea stessa di sinistra, sostituendo il conflitto sociale con un attivismo etico-estetico, la mediazione politica con la postura morale, l’analisi dei rapporti di forza con l’indignazione permanente.
In questo processo, alcune firme simboliche hanno agito come veri e propri architetti ideologici, costruendo una narrazione in cui la politica non è più lo spazio del compromesso tra interessi divergenti, ma un teatro di virtù individuali. È qui che prende forma quello che si potrebbe definire il “qualunquismo dei ceti medi progressivi”: una visione del mondo che diffida delle strutture collettive, disprezza la materialità dei rapporti economici e si rifugia in un umanesimo da salotto, rassicurante e inconcludente.
Il risultato è stato una sinistra culturalmente disarmata, incapace di leggere le trasformazioni del capitalismo contemporaneo e ancor meno di contrastarle. Un esito che difficilmente può essere considerato un incidente di percorso.
Elkann, Gedi e la stampa come area di immunità
Nel tempo più recente, la parabola del quotidiano si è saldata a un elemento strutturale spesso rimosso dal discorso pubblico: la natura della sua proprietà. L’approdo della galassia Elkann nel perimetro editoriale non ha prodotto un’immediata torsione visibile, ma ha agito in modo più sottile, ridefinendo ciò che poteva essere detto e, soprattutto, ciò che risultava opportuno non problematizzare.
Le grandi manovre sul patrimonio industriale costruito attorno alla tradizione Agnelli – dalle cessioni progressive alla ricomposizione transnazionale culminata in Stellantis, fino alla separazione di Iveco – sono state accompagnate da una narrazione depotenziata, priva di attrito critico e accuratamente sottratta a una lettura di conflitto.
In questo vuoto discorsivo, la sinistra è rimasta muta, come se quelle scelte appartenessero a una sfera tecnica, quasi naturale, sottratta al giudizio politico.
È in questa cornice che l’ipotesi di una uscita degli Elkann dal controllo di Gedi appare meno sorprendente di quanto si voglia far credere. Un giornale cronicamente in difficoltà economica, con un pubblico assottigliato e un’influenza simbolica in declino, può essere dismesso senza traumi quando ha già esaurito la propria funzione di legittimazione.
L’alternativa, forse più inquietante, è che la grande proprietà abbia ormai interiorizzato l’irrilevanza del controllo mediatico diretto, confidando in una politica sufficientemente fragile da non costituire più un fattore di disturbo.
Ciò che rimane è una testata che fatica a riconoscersi in una tradizione. L’eredità scalfariana, pur segnata da moralismi e ambiguità, presupponeva almeno un’idea ordinatrice della sfera pubblica e un rapporto non del tutto rinunciatario con la razionalità politica.
Quel telaio è stato progressivamente smontato, fino a lasciare un prodotto editoriale ideologicamente irrigidito e culturalmente intermittente. Una rigenerazione non è teoricamente preclusa; ma richiederebbe un investimento in autonomia intellettuale e densità critica che l’attuale configurazione dei poteri non mostra alcuna intenzione di sostenere.

* Quest’articolo prende spunto da una riflessione del professor Paolo Desogus.
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