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domenica 28 Febbraio 2021
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Raffaele Cutolo: morte di un camorrista

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Raffaele Cutolo è morto in ospedale all’età di 79 anni. Un boss spietato che ha attraversato, senza mai pentirsi di nulla, 50 anni di storia italiana.

Raffaele Cutolo, il camorrista

Il boss noto come ‘O Prufessore, nonostante avesse solo una licenza elementare, figlio di un contadino e di una lavandaia di Ottaviano, comune del vesuviano, è morto nell’ospedale di Parma dove da mesi era ricoverato per le complicazioni legate a una polmonite. Se n’è andato come ha vissuto: irriducibile, senza alcun pentimento.

Secondo i giudici questa sua inclinazione, usiamo quest’eufemismo, era rimasta intatta nonostante il carcere duro e i tanti anni di detenzione. Basti pensare che appena pochi mesi fa, nel  giugno 2020, il tribunale di Sorveglianza di Bologna respingeva il ricorso della difesa del boss, per il rinvio dell’esecuzione della pena, con detenzione domiciliare, per motivi di salute. Raffael Cutolo doveva, dunque, restare in carcere a Parma in regime di 41bis, il cosiddetto carcere duro a scontare i suoi 4 ergastoli. Dal 1995 era al regime del carcere duro. E da lì ha quasi sempre continuato a dare ordini.

Raffaele Cutolo: morte di un camorrista

Scriveva il Tribunale rigettando la richiesta che la presenza di Raffaele Cutolo avrebbe potuto: rafforzare i gruppi criminali che si rifanno tuttora alla Nco (la Nuova camorra organizzata, ndr), gruppi rispetto ai quali Cutolo ha mantenuto pienamente il carisma. In tanti anni di detenzione non ha mai mostrato alcun segno di distacco dalle sue scelte criminali.

Ma nonostante il 41-bis, appena qualche mese fa, Cutolo aveva rilasciato un’intervista al Mattino di Napoli, in cui lanciava messaggi: mai sarebbe diventato collaboratore di giustizia, nonostante le non meglio precisate pressioni a cui era sottoposto per diventarlo. Quell’intervista costrinse l’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a intervenire.

La storia della Nco degli anni ’70 a Napoli è un capitolo ancora tutto da comprendere, senza paraocchi. La camorra, sanguinaria, spietata, che fece un numero impressionante di morti, nella visione de O’ Prufessore aveva ambizioni culturali in senso lato: voleva essere Stato nello Stato, contropotere con un forte legame con la terra, la mala terra, e con precise pretese politiche. E questo dunque allarga il campo delle colpe e delle connivenze ai più alti livelli.

I capi sono spesso contemporaneamente i responsabili ma anche i capri espiatori. Le vicende personali e le numerose condanne di Raffaele Cutolo hanno in parte coperto le responsabilità politiche e sociali di una classe dirigente che ha imperversato a Napoli.

La morte di Cutolo è la pietra tombale su tutto questo.

Raffaele Cutolo: morte di un camorrista

La Nco, Cutolo e Joe Marrazzo

Su tutto questo segnaliamo una riflessione di Mario Colella dalle sue pagine social:

Il cafone ha lo stomaco forte, duro. Accumula le violenze, le frustrazioni, le privazioni, finendo col considerarle non più imposizioni, ingiustizie, angherie, prepotenze, ma prove inevitabili del destino, una condizione stessa della vita, un elemento come la pioggia, il sole, il vento.

Quando penso a Raffaele Cutolo, come tutti, il primo pensiero corre al film di Tornatore. E quando penso a quel film, non posso che pensare a Joe Marrazzo. E se penso a Marrazzo, mi ricordo che era nativo di Nocera Inferiore. E Nocera Inferiore mi fa venire in mente la battuta di Satta Flores in “C’eravamo tanto amati”: Nocera, inferiore di nome e di fatto. Ma con quella (presunta) inferiorità, Marrazzo non aveva nulla a che fare. Anche se aveva un po’ la frenesia di quel personaggio del film di Scola.

Lui era quello che arrivava alla gabbia degli imputati e allungava il microfono. Ma aveva quel garbo che non riusciamo a individuare nei cronisti d’assalto di oggi, il cui stile è plasmato piuttosto su quello de Le Jene. In ogni caso, nel libro Il camorrista, quello da cui è tratta la pellicola, c’era tutto quello che c’era da sapere, la violenza, il sangue ma anche la politica. Si, la camorra di Cutolo fu politica, che traeva forza dal desiderio di riscatto sociale. Che non era tanto della città di Napoli quanto, secondo me, di Cutolo stesso. Che napoletano in senso stretto forse non era.

Raffaele Cutolo: morte di un camorrista

In Cutolo c’è la terra, c’è il sangue. Proprio come nelle immagini che aprono il film di Tornatore. Raffaele Cutolo era per sua stessa definizione un cafone. E la descrizione del suo primo omicidio, nel libro di Marrazzo, chiarisce in maniera certo tremenda quel rapporto speciale con la terra e la sua dura legge:

Furono attimi che allora mi sembrarono un’eternità. Impugnai la pistola e sparai al cuore. Vidi Michele scivolarmi davanti come il toro ai piedi del torero. Mi guardai intorno e, prima che gli uomini e le donne esplodessero in quel gesticolare confuso, tipici della comica piuttosto che della tragedia, lessi negli sguardi consenso e soddisfazione.

Avevo ucciso, avevo rispettato la legge che dalle nostre parti cresce come l’erba gramigna persino sui muri sconnessi delle vecchie case. Ero un uomo di conseguenza, migliore e più forte del povero Michele riverso sul marciapiede con il sangue a flussi alterni, quasi con scatti meccanici, come trattenuto da un ultimo bisogno di vita.

Raffaele Cutolo: morte di un camorrista
Joe Marrazzo

Giuseppe “Joe” Marrazzo ci ha lasciato nel 1985. Solo un anno dopo sarebbe uscito nelle sale il film di Peppino Tornatore. Tra le sue inchieste, quella sul dilagare dell’eroina a Verona, poi sulla ndrangheta, sul sequestro Moro.

 

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Marquez
Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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