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Quando la stampa uccide per click: il caso Trimacere e l’impunità del potere mediatico

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Il caso Trimacere rivela la natura dell’industria mediatica: non errore, ma sfruttamento strutturale. La stampa trasforma vite in merce, serve interessi proprietari e riproduce potere. Scuse e rettifiche non bastano: è il sistema stesso a produrre ingiustizia.

Il capitale che decide la verità: il caso Trimacere smaschera l’industria dell’informazione

Data per morta e non semplicemente a causa di un errore ma perché questa, è la propria funzione.
La stampa di regime infatti non informa: produce valore attraverso la tragedia altrui.

Nadia Trimacere non è stata un incidente mediatico: è stata una materia prima, un input del ciclo di valorizzazione del capitale giornalistico. Il Corriere – e non solo – l’ha trasformata in notizia, l’ha “monetizzata”, l’ha sacrificata sull’altare del click, e poi ha ricoperto tutto con la consueta colata di scuse, quelle che servono a ripristinare la parvenza di credibilità del dispositivo.

Non è un problema di etica individuale: è il funzionamento stesso dell’industria dell’informazione. Le testate non rispondono ai lettori: rispondono ai proprietari, alle holding, alle cordate finanziarie che usano la stampa come organo di riproduzione ideologica.

Perché la classe dominante non solo controlla i mezzi di produzione, ma anche i mezzi di produzione della verità. E infatti questo giornalismo non verifica, non indaga, non dubita: estrapola, estrae, estrania. Vite, nomi, corpi: tutto diventa materiale da sfruttare.

In questo meccanismo, indignarsi per le “visite vivaci” a La Stampa è quasi grottesco.
Che cosa vi ha turbato così tanto?
Che per un attimo il castello ideologico abbia tremato? Che qualcuno abbia osato ricordare che non stiamo parlando di oracoli, ma di uffici operativi dell’egemonia, dove la borghesia si autoracconta come neutrale mentre determina ciò che è reale?

La verità è che la violenza quotidiana non è l’irruzione negli uffici di una redazione ma la normalità della narrazione governativa, nell’algoritmo che vende: e poco importa se tra le maglie di tale comunicazione, la vita venga deprezzata, ricodificata, venduta e scartata a seconda del rendimento.

Dichiarare morta una ragazza viva non è un errore: è la prova di quanto sia radicale la loro impunità.
Un potere che può decretare la morte (e di certo, non simbolica) senza subirne mai le conseguenze è un potere che di certo non può autoproclamarsi “stampa libera”
E allora sì: è stato troppo poco.

Troppo poco è credere ancora che basti una scusetta, un trafiletto, una rettifica automatica per lavare la responsabilità strutturale di un apparato che traduce l’ordine capitalistico in informazione quotidiana.

Troppo poco è non vedere che qui non si tratta di “giornalismo che sbaglia”, ma di un dispositivo ideologico che funziona perfettamente, perché serve esattamente a questo: a naturalizzare l’ingiustizia, a gerarchizzare la vita, a riprodurre il potere.

Finché questo sistema non verrà dismesso nella sua interezza – non moralizzato, non corretto, non redarguito, ma smontato come rapporto sociale – continueremo a fingere che esista un giornalismo neutrale quando in realtà esiste solo la lunga ombra del capitale che decide cosa è vero e cosa non lo è.
E ancora troppo poco, sì.

Perché l’apparato mediatico non ha mai smesso di operare quale apparato ideologico del capitale: non mediatore di notizie ma meccanismo di riproduzione del dominio, ingranaggio che converte interessi economici in verità pubblica, che trasforma il potere materiale in senso comune, che riveste la violenza dei rapporti sociali con il linguaggio dell’oggettività.

Laddove l’editoria resta il crocevia in cui l’egemonia si autoproduce, si autoassolve e si autolegittima, la critica non può che essere sacrosanta: è il gesto che incrina l’ordine, che rompe la coreografia dell’obbedienza, che interrompe il rituale della deferenza.

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Chiara Pannullo
Chiara Pannullo
Attivista del Collettivo Politico 13 Rosso di Firenze, internazionalista. attiva nell'organizzazione delle iniziative culturali dell'Associazione Mariano Ferreyra

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