Quotidiano on-line ®

26.7 C
Rome
giovedì, Luglio 7, 2022

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: 85 anni dalla presa di Addis Abeba

Questa rubrica è dedicata agli aspetti meno conosciuti delle grandi dittature del ‘900: documenti, libri, curiosità biografiche dei protagonisti verranno illustrati mescolando rigoroso metodo storico e truce umorismo.

Oggi, ad 85 anni dalla presa di Addis Abeba, parleremo della Campagna d’Etiopia.

Ci piace la libertà e tuoniamo indignati contro chi manifesta simpatia per vecchie e nuove forme di sopraffazione, ma abbiamo mai letto i Diari di Joseph Goebbels? O un numero della N.S.B.Z (Nationalsozialistische Beamten-Zeitung)? Ovviamente no, è roba per stomaci forti, non tutti possono farcela. Pertanto ringraziamo A.C. Whistle che si è sacrificato per noi, fedele al motto “non si può difendere la democrazia solo con le tisane equosolidali”.

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: Le favole fasciste di Trilussa

5 maggio 1936: la presa di Addis Abeba

“Oggi 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba”.

Questo il telegramma inviato a Mussolini dal Maresciallo di Pietro Badoglio, comandante del corpo di spedizione in Etiopia. In realtà la città era già stata raggiunta qualche giorno prima dagli ascari, ma comprenderete come non si potesse affidare l’entrata trionfale a dei negri.

Badoglio era già stato Governatore della Tripolitania e della Cirenaica (Libia) dal 1928 al 1934, ove si era coperto di gloria assieme al suo degno sodale generale Rodolfo Graziani, Vice Governatore: i due mattacchioni organizzarono esecuzioni pubbliche dei capi dei ribelli e deportarono 100.000 individui appartenenti alle tribù seminomadi del Gebel (base attiva della resistenza antiitaliana), per i quali vennero allestiti degli insediamenti stabili atti a favorire una più moderna urbanizzazione e socialità, altrimenti detti “campi di concentramento”.

Gli storici ci dicono che non si può parlare di campi di sterminio, giacché in essi non vi era nulla che fosse finalizzato in maniera preordinata alla morte degli ospiti: non si può che convenirne, anche alla luce del fatto che ben 50.000 di essi ne uscirono vivi.

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: 85 anni dalla presa di Addis Abeba

Il colonialismo italiano

Non dobbiamo giudicare con gli occhi di oggi, all’epoca avere una colonia era un po’ come avere l’argenteria: magari non serve a niente, ma dà lustro alla casa.

Quindi anche l’Italia (che si era fatta precedere di almeno 3-4 secoli da portoghesi, spagnoli, inglesi, olandesi), ben prima che arrivasse l’Uomo della Provvidenza si lanciò alla conquista di terre esotiche: nel 1890 la Somalia e nel 1911 la Libia.

Poteva S.E. il Cavaliere Benito Mussolini non dare agli amati italiani l’occasione di mostrare, come già in passato, la loro militare vigoria? Poteva negare ai figli del patrio suolo la meritata espansione territoriale? E allora via alla conquista dell’Etiopia, partendo proprio dal fronte somalo, per unificare il cosiddetto Corno d’Africa nell’A.O.I., Africa Orientale Italiana.

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: 85 anni dalla presa di Addis Abeba

Italiani brava gente?

Mettetevi nei panni di un ragazzo che nel 1936 si spaccava la schiena su terre pellagrose per avere a stento di che nutrirsi. Probabilmente costui, quando la coscrizione militare lo strappava a quella misera condizione per essere vestito di tutto punto, nutrito e armato, era contento di andare a sparare agli etiopi.

E ancora: l’uomo che diventava assegnatario di un terreno e di una casa colonica, oppure di un impiego e di una casa popolare, sia pure in una terra che prima della partenza non avrebbe saputo indicare sulla carta geografica, era anch’egli contento.

Il fatto che ciò fosse il frutto di una guerra di occupazione non turbava, essendo la guerra -fino a qualche decennio fa- una cosa del tutto naturale, figuriamoci poi se fatta contro i selvaggi. E, se non turbava le truppe, figuriamoci gli ufficiali e gli alti comandi, votati all’elitarismo che si confà alle classi egemoni.

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: 85 anni dalla presa di Addis Abeba

La conquista dell’Etiopia in quattro canzoni

Difficile dire se le canzoni di propaganda rispecchiassero realmente il sentimento popolare. Se fra 85 anni qualche sociologo dovesse pensare che il sentimento popolare italiano del 2021 era fotografato dai reality show su isole varie e dagli spettacoli serali di varietà delle reti nazionali, mi sentirei sottorappresentato; ma, poiché esistono molti nostri connazionali che vedono questa roba e ci si divertono pure, non vedo perché dovremmo dubitare che nel Ventennio accadesse lo stesso.

1. “Io ti saluto, vado in Abissinia”

Si parte, il clima è quello di una gita fuori porta:

Si formano le schiere e i battaglion, che van marciando verso la stazion

hanno lasciato il loro paesello, cantando al vento un gaio ritornello.

Il treno parte, ad ogni finestrin, ripete allegramente il soldatin:

“Io ti saluto! Vado in Abissinia, Cara Virginia, ma tornerò

Appena giunto nell’accampamento, Dal reggimento, ti scriverò

Ti manderò dall’Africa un bel fior, Che nasce sotto il ciel dell’Equator

Io ti saluto! Vado in Abissinia, Cara Virginia, ma tornerò”.

 

2. “Povero Selassié”

Una volta giunti, è l’ora combattere i nemici, anche con le armi chimiche (nonostante fossero proibite da una convenzione internazionale sin dal 1928), e in particolare con l’iprite. Ma avevano cominciato loro, come ci racconta la prima strofa:

Con le dum-dum combatte il barbaro abissino, con le dum-dum combatte il barbaro abissino

ma salderemo presto pur questo conticino, a-i-lè- povero Selassié.

 

(Questa canzone è ottima per ravvivare una serata un po’ fiacca: mettetela ad alto volume, invitate gli ospiti a cantare il coro il refrain “a-i-lè- povero Selassié” e guardate come si dividono fra sbigottiti, indignati e divertiti).

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: 85 anni dalla presa di Addis Abeba

3. O morettina

Gli italiani, si sa, non sono razzisti, soprattutto in fatto di donne. Oggi ne è testimonianza il melting pot offerto dall’industria del meretricio nel nostro Paese, rispetto al quale ci mostriamo assai ricettivi, certamente più di quanto lo siamo nei confronti degli immigrati di sesso maschile.

All’epoca si generò un genuino sentimento nei confronti delle donne etiopi, sintetizzato non tanto nella più nota “Faccetta nera” (ove si canta piuttosto l’opera civilizzatrice del Fascismo nel solco dell’Impero Romano), quanto in questa canzone d’amore, che merita di essere trascritta integralmente:

Ho trovato sul lago di Tana una bella moretta che Dede si chiama, che m’ama e m’adora:

la porto in Italia, la porto in Italia!

ora è povera e nuda ma quando sarà al mio paese la voglio vestire da bella signora,

la porto in Italia, la porto con me!

O morettina, o morettina, ti voglio vestire con una pelliccia di barba di ras!

O morettina, o morettina, ti voglio vestire con una pelliccia di barba di ras!

Morettina va’ nella capanna, va’ dire alla mamma se vuole lasciarti venire in Italia,

ti porto in Italia, ti porto in Italia!

La mia mamma mi ha dato una chicca per te perché è tanto contenta che tu mi conduca in Italia,

io vengo in Italia, io vengo con te!

O morettina, o morettina, potrai assaggiare le pizze, le vongole ed il panetton!

O morettina, o morettina Potrai assaggiare le pizze, le vongole ed il panetton!

“Addio Signor Negus, in Italia me ne vo, non mi far la faccia scura, tanto non tornerò!”

“Ma perché morettina vuoi lasciarmi, ma perché, ma perché?”

“Io vado laggiù a civilizzarmi! Ciao, ciao Selassié!”

O macchinista fuoco al vapore, tra poche ora potrò sbarcar.

Porto in Italia l’ombrello del Negus, e cinque barbe, e cinque barbe

porto in Italia l’ombrello del Negus, e cinque barbe tagliate ai ras!

Siamo dalle parti di “Un sacco bello”, con Carlo Verdone che parte per la Polonia con calze da donna e penne biro; oppure del turismo sessuale in Thailandia e Sudamerica; ma qui v’è una grazia maggiore, un afflato da pater familias. Divertentissima poi l’esortazione “non mi far la faccia scura” rivolta al Negus, a dimostrazione che il vero umorismo non può essere confinato negli steccati del politically correct.

 

4. Ritorna il legionario

Più nota come “Mamma ritorno ancor nella casetta”, che ne è il primo verso, e resa celebre da Alberto Sordi che la fa cantare ai suoi soldati nel film “Tutti a casa”, inizia così:

Mamma, ritorno ancor nella casetta

sulla montagna che mi fu natale,

son pien di gloria, amata mia vecchietta,

ho combattuto in Africa Orientale,

asciuga il dolce pianto,

ripeti al mondo intero,

che il figlio tuo sincero

ha vinto e canta ancor:

Seguono Re, Patria, sull’altopiano profumo di fiori e crepitare di mitraglia, ecc.

 

Memorabilia

Dalla mia collezione privata ecco a voi, o fratelli, la copia de “Il Lavoro Fascista” che celebra l’evento. Le parti più belle di questo numero del quotidiano sono, all’interno, le notizie della vittoria di Achille Varzi (su Bugatti) nel gran Premio di Tripoli e del terzo scudetto del Bologna presieduto da Renato Dall’Ara e allenato dall’ungherese Árpád Weisz, che successivamente in quanto ebreo verrà deportato ad Auschwitz, dove morirà. Seconda la Roma, a 39 punti contro i 40 della capolista.

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: 85 anni dalla presa di Addis Abeba

 

LEGGI ANCHE

 

[themoneytizer id=”68124-28″]

 

A.C. Whistle
A.C. Whistle
Giurista e poeta

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli