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Dai referendum degli anni ’90 a Mani Pulite, il radicalismo pannelliano viene letto come detonatore del passaggio al neoliberismo. Tra critiche legittime alla Prima Repubblica e derive ideologiche, il risultato è stato smantellare più di quanto si volesse salvare.
L’acqua sporca e il bambino
– Fausto Anderlini*
Riprendono i salamelecchi commemorativi su Marco Pannella. Con stupore, e rammarico, ho visto anche Conte omaggiare il rito con quel mascherone di Pecoraro Scanio. Partito radicale e Verdi, del resto, son parenti stretti. Non me ne vorrà il mio caro amico Piero Ignazi, che presenterà in Sala Borsa un volume da lui curato sulla figura di Pannella, se riprendo qui sotto un commento che rilasciai all’indomani della morte del celebrato, approfittando anche per qualche supplemento di indagine.
«Non c’è saprofitismo senza vittimismo. Il partito radicale di Marco Pannella, ed egli medesimo all’ennesima potenza, è stato la quintessenza di un connubio settario e minoritario che ha prodotto, in serie e su scala industriale, fior di lestofanti politici. Per quanto gli vada riconosciuta una ferrea, e anticipatrice, coerenza di scopo, sul doppio registro dei diritti civili laici e del liberismo economico-sociale più sfrenato. Assieme ai seguaci di Don Giussani, gli uni in chiave religiosa, questi ultimi in chiave laica, i radicali sono stati il classico esempio di camuffamento batterico. Mimando in chiave estrema il linguaggio e lo stile dei movimenti collettivi per depistarne l’energia a vantaggio di lor signori. Dei radicali, di Pannella e dei replicanti al seguito non ho mai sopportato né modi né linguaggio. Il continuo piagnisteo per attrarre in ogni modo l’attenzione dei media, il ricorso sistematico all’invettiva, la prosopopea moralistica e giudicante, la totale assenza di autoironia, il livore antisindacale, la supponenza, le pose da guru e le civetterie new-age, il narcisismo pseudo-carismatico, l’abominevole miscuglio di gandhismo e americanismo, nonché l’abuso strumentale dei referendum. Ma soprattutto la rottura di balle dei loro scioperi della fame. Quando col fare innocente dell’astuto provocatore bussò al portone di Botteghe Oscure con una rosa in dono e dal pertugio uscì un fulmineo diretto alla mascella da parte della sentinella, io gioii molto».
L’uso eversivo dei referendum
Il punto di svolta furono i due referendum del ’91 (preferenza unica) e del ’93. In quest’ultimo caso un pacchetto di ben otto quesiti: competenze USL, sostanze psicotrope, abolizione ministeri agricoltura, turismo e partecipazioni statali, casse di risparmio e, soprattutto, elezione del Senato e abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Un vero e proprio programma neoliberista che puntava a smantellare gli architravi politici e sociali della Prima Repubblica. Quest’ultimo referendum segnò una partecipazione assai elevata (77%), metabolizzando il tormentato ciclo segnato da Mani Pulite nel più grande contesto del passaggio dell’89 con il crollo dell’URSS. Fu il trionfo della lunga e insinuante iniziativa del Partito Radicale, vera punta di diamante del neoliberismo di stile anglosassone. Un vero e proprio disassamento costituzionale, ovvero la ratifica della fine della Repubblica fondata sui partiti costituenti.
Ho rivisto proprio in questi giorni di Petri, Todo Modo, un film parodistico e grottesco del ’76 tratto da un testo di Leonardo Sciascia. Nella fiction è messa alla berlina la DC moro-dorotea. L’intera nomenclatura DC, arricchita dei boiardi insediati nei gangli delle partecipazioni statali e delle banche, si ritrova in un convento, dove il desiderio di purificazione si risolve in una grand guignol intestina. La DC come partito-Stato. Mafia, potere, depravazione clericale, clientelismo. In effetti fin dai ’70 si diffuse, in parallelo a una crescente insofferenza per i rituali compromissori della Prima Repubblica, una insistente letteratura economica contro la nuova razza padrona e l’assistenzialismo di Stato (Scalfari in testa, ma la fila è lunga). Alla critica al “panettone di Stato” i radicali aggiunsero una guerriglia senza confini contro la Rai e la lottizzazione partitica.
In questa critica radicale, che da più parti prese di mira la DC come partito-Stato, c’era molto di vero (e sacrosanto) ma anche un unilateralismo che ha spianato la strada ai ben più profondi misfatti della Seconda Repubblica e del ciclo liberista euro-atlantico, con tutto ciò che ne è conseguito: smantellamento dell’intervento statale nell’economia e nella società. È un falso che le partecipazioni statali fossero un regno dell’inefficienza. Tutt’altro: semmai erano i monopoli privati sottoposti alla nazionalizzazione a essere una sentina dell’arretratezza. La Rai lottizzata non impediva una concorrenza fra i canali con l’elevamento del livello qualitativo dei programmi.
C’era molta acqua sporca, ma il risultato finale è stato buttare via il bambino, affogandolo in acque ben più limacciose.
Sotto questo profilo, pur accogliendo la lettura storica di una mente profonda come quella di Scarpinato, anche tutta la fase di Mani Pulite può essere letta in un più realistico chiaroscuro. Il risultato obiettivo, pure se inintenzionale, è stato quello di incrementare la de-costituzionalizzazione. Anche qui buttando via, con la guerra alla “casta”, acqua sporca ma anche parti significative del bambino.
Lungi da me l’idea di un complotto. La caduta del muro e i mutamenti sociali del post-fordismo hanno creato un mutamento obiettivo dello scenario storico. Tuttavia è straordinaria la sequela di disgrazie che hanno liquidato pezzi corposi di classe politica, in via diretta e/o giudiziaria. Da Enrico Mattei ad Aldo Moro e a molti morotei (da Piersanti Mattarella a Bachelet a Ruffilli), ma anche da Craxi ad Andreotti, ivi compreso il Berlusconi bis, quello affogato dalla Troika europeista, ignobilmente rinnegato, come niente fosse, dai seguaci attuali, figli compresi. Uomini diversi, ma con un tratto comune: un atlantismo temperato, dall’esercizio di margini relativi di autonomia, una tendenza all’ostpolitik, una vocazione mediterranea vicina al mondo arabo e distante da Israele.
I radicali furono un piccolo ma importante detonatore nella ristrutturazione euro-atlantica neoliberista. Non per caso accolsero fra le loro fila, in certi momenti, personalità in rotta col PCI o ad esso fieramente ostili. Da Sciascia a Toni Negri, passando per Cicciolina. Finendo poi per consegnare al PD la parte peggiore della loro stirpe.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini
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